"M'illumino di meno 2010" - Villa Fondi, Piano di Sorrento

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giovedì 3 settembre 2009

"L'eroe è per noi chi fa il proprio dovere" - INTERVISTA DE "IL CENTRO" AGLI AUTORI DE "IL MULINO DI SOPHIA"


Sul numero di Agosto del mensile Il Centro (Direttore Fabrizio d'Esposito), è apparsa una intervista ai due giovani autori de "Il Mulino di Sophia". Rita Stinga ha voluto incontrare prima di ferragosto Biagio Verdicchio e Domenico Palumbo. Ne è uscita questa intervista che gentilmente la redazione ci concede di riproporla sul nostro blog



Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio sono gli autori del libro "II Mulino di Sophia " presentato per la prima volta il 20 luglio nella sala consiliare del Comune di Sorrento. Li abbiamo incontrati per voi.

Come è nata l'idea di scrivere un libro insieme?
Domenico: Scrivere un libro a quattro mani com­porta un cambio di prospettiva. Per carattere ho difficoltà a riuscire ad accettare un punto di vista diverso, quando sia fondato su principi del tutto particolari. Biagio ha il pregio di riuscire a motivare le sue argomentazioni e questo ti porta se non a mettere in discussione il tuo punto di vista almeno a relazionarti con un punto di vista diverso. Questo incontro - scontro tra le nostre idee ha avuto spesso i connotati di ironia pura. Abbiamo due modi differenti di scrivere e due modi di fondare le affermazioni con due cri-teri diversi. Ed è stato bello, da parte mia, poter ritrovare quello che si ritro­va nei libri di filosofia antica e che cioè la verità o il punto di vista fondamenta­le non è mai frutto di un solo pensiero, ma nasce all'interno del confronto e del dialogo con altri punti di vista. Anche se io e Biagio abbiamo una formazione e un pensiero politico differente ci siamo trovati a dialogare sulle società, sul tema dei valori e dei giovani.
Biagio: Ci sono due punti di vista dif­ferenti però il bello è vederli fusi insie­me e ben amalgamati come nel contesto di questo lavoro. Questo lavoro è sì un saggio ma mi piace riportare l'espressione dell'onorevole Bossa che lo ha definito «romanzo della vita». Per questo saggio ci siamo divisi i compiti: io ho curato la parte relativa ai personaggi mentre Domenico ha curato l'introduzione e la conclusione.
Domenico: Biagio ha il pregio di trovare giornalisticamen­te la forma più adatta di comunicazione. Per esempio io avrei trattato i personaggi diversamente: Biagio invece è riuscito a trasmettere quello che il personaggio voleva dire e lo ha fatto in maniera leggera.


Perché il titolo "II Mulino di Sophia"?

Domenico: L'idea è che la sapienza e la saggezza non sono qualcosa che hanno a che fare con un museo, con un tem­pio o con un laboratorio di ricerca. Per noi la saggezza ha a che fare con la quotidianità, per questo dovevamo cercare un'immagine che desse quest'idea, che fosse rappresentati­va e non lasciasse dubbi di nessun tipo, quindi pensare a un mulino, pensare comunque a qualcosa che non c'è, perché noi non abbiamo più la percezione di che cosa è un mulino, vuoi richiamare l'attenzione, forse "donchisciottescamen­te", a quest'utopia cha abbiamo avuto di trasmettere qual­cosa di nostro al lettore. Abbiamo realizzato un'impersonificazione metaforica della saggezza ai fornelli, che prende il frumento che poi è la vita in sé e lo trasforma, trasforman­dolo te lo fa consumare. La farina ci da, come ha sottolinea­to l'onorevole Bossa, speranza. Questa farina è la farina che costituisce il pane, il lavoro, ma è anche il pungolo per il lettore di doversi dare da fare. Non mi piace un'idea della sapienza che possa semplicemente consegnare un prodotto, mi piace l'immagine della farina della speranza, del sudo­re, del lavoro per cui ognuno di noi sia costretto e sia suo dovere fare un lavoro per conquistare un minimo di quella verità e di quella sapienza. Sophia è l'intento di legare i personaggi di oggi con il mondo antico: non esiste un sape­re separato a compartimenti stagni tra passato e moderno, esiste un uomo che quando usa la sua razionalità si eleva in un altro piano che è comune agli uomini, a tutta l'umanità per cui non può esserci distinzione né per i tempi né per i luoghi. Abbiamo preso, scherzosamente e metaforica­mente in prestito una divinità greca e l'abbiamo posizionata ai giorni nostri.
Biagio: Infatti il sottotitolo «virtù e valori» sono gli ingredienti di questo pane: un domani volendo trattenere il titolo "II Mulino di Sophia" possiamo riadattarlo per altri concetti che posso­no essere quello di politica, di patria e quindi costruire e preparare altro pane per la quotidianità.


C'è una pagina dedicata alle avver­tenze per il lettore, perché?


Domenico: Nell’introduzione abbiamo svelato abbastanza al lettore, anzi, forse siamo stati troppo schietti e nelle avvertenze abbiamo sottolineato che il letto­re può essere di due o più tipi: ognuno è libero di scegliere quale tipo di lettore essere.


Nell'introduzione si parte da questa domanda: «Ha senso parlare di valori nel mondo contemporaneo?».


Domenico: Questa è una provocazione che abbiamo preso dai tanti esperti che in tv o sulla carta stampata accusano le nuove generazioni di essere vuote. Noi abbiamo risposto come già Fabrizio De Andrè diceva e cioè che probabil­mente non è vero che i giovani non hanno valori ma che è il mondo che non li ha capiti ancora perché sta in ritardo. I giovani hanno valori, però è la contemporaneità tutta che ha perso il senso di questo concetto che era della cultura greca, che è rimasto nella cultura romana, che è confluita nel pen­siero cristiano, che è la virtù. Si è perso il valore originale dell’ aretè che era del mondo greco, che rimaneva all'inter­no della società. Noi vogliamo riportare democraticamente questo concetto, non legandolo ad una classe sociale ma a tutti color che possono diventare migliori di se stessi attra­verso il riproponimento dei concetti di valore e di virtù. I giovani forse non sono lontani da questi valori ma forse hanno solo paura e forse questo smarrimento ci ha spinto a scrivere questo libro.
Biagio: Forse semplicemente questa società non da spunti per mettere in mostra valori e virtù che i giovani hanno o quello che pensano: sono ostacoli che un certo meccanismo crea automaticamente e che porta i giovani ad essere più restii del solito e lo dimostra il fatto che per lanciare un'iniziativa devi districarti tra mille e mille paletti.


Perché avete scelto proprio questi nove personaggi?


Biagio: Ho scelto questi nove per­sonaggi perché parte del ricordo personale. Falcone e Borsellino non potevano non esserci non tanto per­ché la presentazione sorrentina è caduta in occasione del 17° anniver­sario della strage di Via d'Amelio. Io ricordo benissimo quell'anno, quindi la memoria che ritorna. Ho scelto anche personaggi che forse sono lontani da me come Indro Montanelli. L'idea di don Milani è nata dall'esperienza del servizio civile di Domenico e poi c'è Pietro Calamandrei che è quello che più mi ha colpito. Forse perché è il meno conosciuto o forse semplice­mente perché padre della Costituzione e in questo momento in cui si parla sempre più di riforme è un richiamo all'unità. Perché 60 anni fa tanti soggetti profondamente diversi tra di loro si erano messi insieme per raggiungere un obiettivo, certo c'era un nemi­co comune da combattere ma hanno superato ogni separa­zione, ogni colore politico. Mi piace soprattutto l'immagi­ne che lui usa della Costituzione come una macchina in movimento che ha bisogno di una spinta continua da parte di tutti noi. Calamandrei già aveva individuato cosa manca­va per mantenere costante questo movimento, l'attivismo, ed è un po' la risposta che noi vogliamo dare con questo libro: cosa manca alle nuove generazioni? L'attivismo, l'impegno ma anche nelle piccole cose.


Qual è il vostro obiettivo con questo libro e qual è la soluzione che proponete affinché l'uomo di domani ritrovi virtù e valori?


Domenico: Ci sono due possibili soluzioni, come ci sono due tipi di lettori. Uno è racchiuso nella "Lettera all'italia­no" che è quella di poter pensare di essere noi stessi non dei semplici italiani che si sentono tali solo quando ci sono le partite di calcio in tv, o che sono solo gli abitanti del terri­torio Italia ma uomini che culturalmente siano predisposti ad un incontro di mondi diversi. Quindi la soluzione iniziale è ottimistica: abbiamo criticato la società dicendo che esistono degli esempi a noi vicini di uomini e donne ecce­zionali che possiamo onorarci di chiamare semplicemente uomini. Ma il lettore può completare l'opera dimostrando ad altri che esistono virtù e valori che non sono stati anco­ra compresi. La soluzione pessimistica è quella di guardare a questo libro come l'ennesima critica della società, non rassegnarci a chi dice che questa è una società di massa liquida incapace di guardare al domani.


Falcone e Borsellino: «Io sono solo un servitore dello Stato». Solo servitori dello stato o eroi?

Biagio e Domenico: Non sono eroi.
Biagio: La società che chiama facil­mente eroi, utilizza facilmente que­sta sorta di etichetta.
Domenico: Chiamare degli uomini eroi è un modo per ricordarsene maggiormente o per fare bello sfog­gio di parole. Lo stato non è stato vicino a questi uomini e poi fa finta di commemorarli e poi trovi il tes­suto sociale che veramente dovreb­be commemorarli che non partecipa alle cerimonie, come è successo il 19 luglio scorso a Palermo dove non c'è stata cospicua partecipazio­ne popolare alla commemorazione di chi è chiamato eroe. Eroe non è chi si sacrifica e viene innalzato, per noi eroe è chi fa il suo dovere e che rispetta la sua umanità, tanti uomini e tante donne che quotidia­namente fanno il proprio dovere sono eroi. Oggi tendiamo a chiamare eroe solo chi è morto da eroe e non chi ogni giorno com­batte per vivere.
Biagio: Pensiamo a come è difficile associare l'etichetta di eroe al sacerdote che muore, pensiamo a don Puglisi e a don Diana. Questi sacerdoti hanno compiuto il loro dovere hanno ammonito dal pulpito il loro gregge a non percorre­re la strada sbagliata. Ecco vorrei ricordare Marco Biagi: un funzionario che ha cercato di realizzare qualcosa che fosse vicino alle istanze dei lavoratori, ma che per questo è morto.


L'importanza del ruolo dell'educazione.


Biagio: Volendo trovare delle combinazioni all'interno di questo saggio il valore dell'educazione è stato legato alle figure dei sacerdoti. È un po' un guanto di sfida con lo stato: dove lo Stato non arriva ecco che personaggi umilis­simi, vedi don Milani, don Tonino Bello, sono persone che si sostituiscono. È un monito allo stato a porre più attenzio­ne alla formazione dei giovani.
Domenico: Parliamo anche di educazione classica, di quel­l'educazione che faceva parte del repertorio che ogni gio­vane doveva avere, che era educazione fisica, culturale e morale che non era impartita dalla famiglia, ma dalla socie­tà. Lo stato oggi deve ritrovare questo ruolo, farsi garante dei valori e che sia lui prima di tutto ad insegnare ai giova­ni determinati valori che non possono essere settari o il riflesso di una cultura religiosa o morale, ma devono esse­re valori in grado di mettere i propri figli in relazione con altri giovani con altri credi, altre culture.


Disordine moderno: il grado di entropia della società dipende dal disordine individuale?


Domenico: Sì, dipendono l'uno dall'altro ma non sono d'accordo a poter dire che l'uno sia causa dell'altro, sono su due piani diversi e che purtroppo sono messi in relazio­ne non tanto perché la società è un'entità più grande, ma perché la frantumazione dell'individuo sta portando alla frantumazione della società. È un po' quello che succede nei fenomeni psichici dove non si distinguono causa ed effetto. Nella società succede un po' questo: l'individuo ha perso il centro di unità che poteva avere e che quindi stia portando la società tutta a perdere questa unità. Ma a que­sto punto mi nasce una domanda: la classe degli individui frammentati non è comunque un'unità, per cui il grado di entropia di quell'unità in realtà sarebbe pari a zero? È pos­sibile che quest'entropia non trovi mai un grado di equili­brio e mini le basi democratiche della società, perché una società con un grado di entropia elevato ha nel tiranno anti­co o nel dittatore moderno il suo punto di sfogo, una socie­tà minata nella basi porta ad una lotta.


Un commento a questa frase: «Oggi la libertà si sta trasformando nel suo esatto contrario: anarchia».
Domenico: È facile oggi dire che abbiamo la libertà, diffi­cile dire quali sono gli strumenti che si possono usare per mantenere la libertà. Nessuno è più educato a mantenere la propria libertà anche se siamo sempre pronti a fare bello sfoggio della nostra libertà soprattutto relazionandoci con chi non gode di libertà. Questo libro mi sfida a trovare valo­ri e virtù che possono parlare al mio posto in ogni contesto relazionandomi con chiunque faccia parte di un gruppo cul­turale diverso. Ecco la "virtù dello iato": ritrovare e risenti­re questo iato. È un po' come il Dio che sente Abramo: Abramo lo cerca nel fuoco, nel fulmine e non lo trova ma poi passa vicino ad un rovo e sente il fruscio di Dio. Questo significa sentire lo iato.


Nella conclusione scrivete: «L'uomo di domani è chia­mato all'amicizia quale alternativa al mondo del marce­scibile».
Biagio: II messaggio che vogliamo lanciare è questo: se siamo chiari nei rapporti umani allora riusciamo ad esserlo ovunque.
Domenico: Oggi quando parliamo di amicizia pensiamo solo a persone che pensano allo stesso modo. È un invito a ritornare ad una condivisione su un altro piano vogliamo ritornare al concetto di amicizia come legame forte e non come legame di occasione. Oggi non abbiamo più il corag­gio di rifiutare il plauso della massa perché interessati del giudizio di una sola persona.


Al termine dell'intervista c'è spazio anche per una recensione del libro, che pubblichiamo di seguito.

“Il Mulino di Sophia", pre­sentato per la prima volta il 20 luglio nella sala consiliare del Comune di Sorrento in occasione del 17° anni­versario della morte di Paolo Borsellino, rientra nella tipologia di libri da trasmettere alle gene­razioni future, da leggere e rileggere perché ogni volta il lettore potrà trovare una nuova sfu­matura, una parola, un'espressione che potrà dare una scossa alla sua vita perché come racco­mandano gli autori «il lettore deve leggere in esso quello che va cercando e poi tutto il resto».
Già il sottotitolo «virtù e valori per l'uomo di domani» immette il lettore nella prospettiva scelta dai due autori, Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio. Quello che forse sorprende di più è scoprire che i due autori sono nati nell'82, coetanei di chi scrive, e quindi totalmente immersi nella crisi di valori e virtù del mondo contemporaneo.
Eppure proprio loro presentano una possibile soluzione a tale crisi di valo­ri. Non c'è sociologo, scienziato, politico o tuttologo che non sottolinei la crisi della società civile, la disaffezione dei giovani verso la politica, l'inerzia, la mancanza di passione per qualsiasi cosa in cui vegetano le nuove generazioni, prospettando spesso inconcludenti soluzioni di vario tipo ma forse perdendo di vista che la prima azione da fare è sull’uomo stesso, sull'io di ognuno di noi. L'unico modo per bloccare la decadenza in cui versa la socie­tà di oggi è ripristinare il ruolo dell'educazione, si ha bisogno di un'educazione ai valori veri e non quelli proposti dal reality show di turno.
I due autori partono da un interrogativo: quali sono i valori dell'uomo moderno, a cosa guarda l'uomo di questo nuovo millennio? E hanno risposto attraverso le storie, gli esempi di nove personaggi che hanno segnato la storia del '900: da Indro Montanelli a Nilde lotti, a Pietro Calamandrei, ai giudici Falcone e Borsellino, ai sacerdoti di frontiera, ai "pretacci" don Lorenzo Milani, don Tonino Bello, don Diana e don Puglisi. Questi uomini e donne hanno incarnato un sistema di virtù e valori a cui l'uomo moderno deve guardare per­ché hanno saputo essere "eroi normali". Ecco allora ciò che l'uomo moderno deve ritrovare: il coraggio di essere uomo. "Il Mulino di Sophia" è una fabbrica di sapere da cui nasce una farina preziosa, la farina di valori; è un invito all'azio­ne, all'impegno dei giovani per, come dicono gli autori, «fidanzarsi con il domani» e per provare l'emozione «di sentirsi semplicemente un uomo».


Rita Stinga






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