
A 17 anni dalla tragedia di Capaci, con la morte di Giovanni Falcone, della moglie e degli agenti della scorta, il ricordo di un grande giornalista, Enzo Biagi, che si recò a Palermo due mesi dopo il tragico attentato.
Per non dimenticare l'uomo "normale" che per compiere semplicemente il suo dovere, è divenuto per tutti un eroe ... la figura di Giovanni Falcone, e del collega Paolo Borsellino (anche lui ucciso dalla mafia, dopo soli due mesi) sarà "ricordata" nel lavoro letterario "il Mulino di Sophia. Valori e virtù per l'uomo di domani". Eroi normali, dunque, di uno Stato che - come ha ricordato oggi il presidente della repubblica Napolitano - "in Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha avuto dei servitori eccezionali per lealtà e professionalità, dei coraggiosi e sapienti combattenti per la cause della legalità, in difesa della libertà e dei diritti dei cittadini. Li ricordiamo e sempre continueremo a farlo - ha aggiunto il presidente della Repubblica - come grandi esempi morali per i giovani e per tutta Italia".
di ENZO BIAGI
L' aereo dell' Ati atterra e i viaggiatori applaudono. Accadeva, una volta, ma dopo la traversata dell' Atlantico. Siamo a Palermo e un cartellone informa che la Sicilia porge il benvenuto. Percorro la strada che conduce in citta' , e altre tabelle assicurano: "Viaggiate tranquilli". Questa e' l' uscita di Capaci: avvenne qui l' esplosione. Non e' rimasto alcun segno: tranne l' asfalto fresco e nero. Gli oleandri, avviliti dal vento caldo, sfioriscono. Lassu' in alto stavano gli uomini sconosciuti, nella casetta accanto a una torre; aspettavano il piccolo corteo, e provocarono lo scoppio. Era la sera del 22 maggio: tra poco saranno passati due mesi. Morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta: Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifano. "Una strage" scrissero i giornali. E forse per la prima volta anche la gente dell' isola si senti' ferita. Oggi e' festa, e' il giorno di Santa Rosalia, le botteghe sono chiuse, e i venditori di pane appena sfornato, coi loro banchetti, resistono sotto il sole. A Mondello fanno i bagni, e i cefali guizzano sotto il ristorante Charleston, tra onde dalle infinite sfumature di azzurro. Passo da via Notarbartolo, quasi deserta, dove abitava il giudice. All' ingresso dell' edificio c' e' un albero al quale i cittadini attaccano dei messaggi. Leggo: "Basta con questo inferno", "Loro col tritolo, noi col cuore e la mente", "Fuori Giammanco nemico di Falcone". Quella sera la madre di Francesca, che abita in questo palazzo, l' attendeva a cena con Giovanni, sapeva che stavano arrivando da Roma: accese la televisione e vide. Da allora la vecchia signora non parla, non vuole incontrare nessuno. Giovanni Falcone sapeva. Quando uccisero Lima disse a un amico: "Adesso tocca a me". Nelle massime di Cosa Nostra sta scritto: "La mafia e' come una banca: paga con denaro contante. Chi deve avere avrà ; chi ha avuto ha avuto. I debiti si pagano". Falcone ricordava i colloqui con Tommaso Buscetta; si capivano con un giro di frasi, anche con una occhiata. "Giocavamo a scacchi", raccontava. Quando arrivarono ai temi politici, Masino avverti : "Stabiliamo chi deve morire prima: io o lei?". Giovanni Falcone non si illude: tutti quelli che hanno guardato dentro Cosa Nostra, senza indulgenze, magistrati o poliziotti, hanno pagato per il loro coraggio, o per un esasperato senso del dovere: e nella sua mente si alternano facce e nomi, Dalla Chiesa e Giuliano, Basile e Chinnici. A quanti funerali ha assistito, e a quanti vertici; e quanti "cadaveri eccellenti". Prima intimidivano le giurie popolari: sono molti i modi. I soliti bigliettini, le lettere, con la data di nascita del destinatario e alla voce: deceduto, tanti puntini. O anche: "I suoi bambini frequentano l' istituto Jean Jacques Rosseau" e a uno che aveva la famiglia sul continente mandarono una pagina gialla della guida telefonica, con segnata una agenzia di pompe funebri, che garantiva "trasporto delle salme ovunque". Falcone in una specie di bunker, pareti di cemento e di acciaio, la continua sfibrante luce del neon, mai una passeggiata, un pranzo in trattoria, sempre in allarme anche sapendo che, quando vogliono, arrivano.
Lo vedono partire per Roma e gli "uomini d' onore" esultano; si sono liberati del nemico. E ci fu la notte del "triunfu": i boss escono dall' Ucciardone, e tornano a casa, li scarcera la solita sentenza della Cassazione, e si fa gran festa. Ma il Consiglio dei ministri, per suggerimento di Falcone, con un decreto legge, li ributta dentro; all' alba si presentano le solite Alfa coi lampeggiatori, e capi e gregari debbono porgere ancora i polsi alle manette. Uno, intanto, ha trovato anche il modo di farsi intervistare. "U triunfu" si spegne in fretta, e poi le assoluzioni di Roma vengono smentite, le tesi di Falcone e di Buscetta: Cosa Nostra e' una societa' criminale, che ha una struttura a piramide, sopra tutte le cosche c' e' la cupola, che decide e comanda, e' vera, e' accettata. Ma la vita di Falcone non e' serena. E tormentato dall' invidia dei colleghi, dalle rivalita' della carriera, dalle maldicenze. Lo accusano di protagonismo: e non ha mai portato via un processo; di trasformismo politico: venduto a Lima, ad Andreotti, a Craxi, perfino di aver fatto mettere i candelotti di dinamite nella casa dove va a villeggiare, purche' si parli di lui. E chiuso, impacciato, e diffida della stampa: "Non sono un personaggio", dice. Soltanto una volta accetta di raccontare qualcosa di se' a tre giornalisti che da tempo lo inseguono, Galluzzo, La Licata, Lodato: magre confidenze, una scarna biografia. Il padre chimico, con lo stipendio degli statali, che parla poco e legge D' Annunzio e Pitigrilli, una madre per niente espansiva e molto rigida, circolo cattolico, e tutti insieme a messa la domenica. Gli insegnano il rispetto di se' , e il senso della responsabilita' : gli parlano di quello zio che ando' volontario in guerra, falsificando il certificato di nascita, per salvare la patria, e cadde a diciotto anni. Si e' laureato con 110 e lode, e ha vinto il concorso senza raccomandazioni: "Io mi sento profondamente giudice", diceva. Ricordava il primo morto di una inchiesta: un operaio, seppellito nel crollo di un cantiere, e i primi ammazzati dalla lupara: due sposi abbattuti da un nipote, poi i cadaveri li aveva buttati in un porcile. "Ma . diceva . anche nel peggiore assassino vive sempre un barlume di dignita' ". Considerava infatti gli interrogatori "un confronto tra intelligenze, tra persone", ed era grato a quel professore di filosofia che gli aveva insegnato "l' amore per la logica". Faceva finta di ridere delle maldicenze, ma ci pativa; ammetteva che al Palazzo di Giustizia non aveva "mai goduto di grandi simpatie". Ma, diceva Antonio Caponnetto, il suo superiore, che gli aveva voluto davvero bene, "era una di quelle rare creature che il Cielo manda ogni tanto a un Paese che non le merita". Sono andato a trovare la sorella Maria, coniugata Di Fresco; insegna diritto, e' nonna, gli assomiglia tanto, nel volto deciso e fiero, nelle parole misurate, che il rimpianto rattenuto rende ancora piu' amare. Sono passati quasi due mesi dall' assassinio di Giovanni Falcone. Che cosa e' successo da allora? Riceve lettere: che cosa dicono? "Da un punto di vista sociale c' e' stato un grande risveglio: nella gente comune, non nelle istituzioni. Mettono fiori e biglietti sulla magnolia davanti alla sua casa; lo chiamano "albero Falcone". Ne ho raccolto qualcuno: "Al nostro defunto benefattore giudice"; un bambino: "Da grande vorrei essere come eri tu"; e ancora: "Spero che dopo di te ci sia un altro uomo coraggioso". Perché lo hanno ucciso? "Lo avevano deciso da anni; era il simbolo della lotta alla mafia. E avevano il terrore che la superprocura nelle sue mani potesse colpirli, con una forza, una organizzazione, che non c' erano mai state. E anche un avvertimento agli altri magistrati: lui era il bersaglio più difficile da colpire; state attenti, arriviamo dove vogliamo. "A Roma, Giovanni se ne andava qualche volta anche in giro da solo, o con un amico, si liberava dalla scorta. Sarebbe bastato anche un killer per colpirlo. Invece hanno voluto dimostrare la loro potenza: e lo hanno inseguito in Sicilia, e assieme alla moglie, volutamente. Sapevano che c' era con lui Francesca". Com' era, come persona, Giovanni? Nel suo libro racconta che qualcuno lo descriveva "freddo come un serpente". "Era una persona umanissima: era un timido. Diceva che soffriva anche per l' imputato: ma capire non significa perdonare. Aveva il gusto della battuta per rompere la tensione, ed era anche un pochino permaloso. Molto affettuoso con tutti noi, anche se non siamo portati ai baci, alle effusioni, contrariamente al carattere siciliano". Che ricordi conserva della vostra giovinezza, della vita in famiglia? "Una delle primissime immagini che ho di Giovanni, e' lui appena nato, accanto alla mamma, coi pugni chiusi: anche se ci dividono soltanto tre anni. Era un bambino coraggiosissimo: non l' ho mai visto piangere. Mia madre diceva sempre: "Gli uomini non piangono", voleva che fosse forte". Vostro padre che lavoro faceva? "Era chimico; dirigeva l' Ufficio d' Igiene di Palermo. Lo ricordo sempre seduto al suo tavolo a studiare. Di carattere chiuso; il rapporto tra noi e lui era distaccato". E che cosa sognava per il figlio? "Non ci ha mai condizionato nelle nostre scelte; voleva che facessimo quello che ci pareva meglio. Mia madre, invece, pensava che il magistrato era una figura di tutto rispetto. Lui era sicuro che qualsiasi cosa facesse Giovanni sarebbe andata bene: non gli creò mai nessun problema. Affrontava le materie scientifiche o letterarie con la stessa disinvoltura. In terza media tradusse Pinocchio in latino". Perché scelse la carriera del magistrato? "Dopo la licenza liceale, diede gli esami e fu ammesso all' Accademia navale, ma dopo qualche mese si accorse che quel clima non era giusto per lui. Torno' e si iscrisse a legge, e si laureo' nei 4 anni, e gia' si preparava ai concorsi della magistratura. Sapeva che doveva arrangiarsi da solo". Le disse niente dopo il primo attentato? "Tantissime cose. La frase piu' triste: "Tu non lo capisci, Maria, che ormai sono un cadavere ambulante?". Per un certo periodo divento' molto nervoso: non voleva che Francesca rientrasse con lui la sera, voleva che tornasse a Palermo. Diceva: "Io debbo essere lucidissimo, sempre presente a me stesso, non posso avere il pensiero di mia moglie". La paura era una costante della nostra vita". C' era qualcuno con cui si confidava? Le parlava mai del suo lavoro? "Con noi di casa non diceva nulla delle indagini, ma parlava delle sue soddisfazioni e delle pene, e dei problemi che aveva a Palazzo di Giustizia". Come visse l' andata a Roma? Perche' decise di andarsene? "Se ne e' andato, come si capisce dagli appunti che ha lasciato, perche' gli era impossibile lavorare a Palermo in una atmosfera che gli consentisse di raggiungere quegli scopi che si era posti. Tra lui e il procuratore capo c' era completa divergenza di vedute. Non esisteva piu' quell' armonia dei tempi di Caponnetto; sentiva che le cose stavano andando in una direzione sbagliata, ma non voleva provocare un nuovo dibattito, che la stampa avrebbe trasformato in una montagna di veleni, che avrebbe delegittimato, a vantaggio della mafia, il Palazzo di Giustizia. "Partendo mi disse: "Sono sicuro di poter fare a Roma molto di piu' di quello che ormai posso fare qui a Palermo". Chi erano i suoi amici? "Pochi. Alcuni colleghi, tra cui certamente Caponnetto e Borsellino, e poi qualcuno fuori: anche dei giornalisti". E quelli che l' avversavano? "Tantissimi. Sia nella magistratura come nella politica". Il giudice Caponnetto ha dipinto Leoluca Orlando come uno che aveva con suo fratello, cito tra virgolette. "rapporti di stima e di affetto, e ricambiato". E cosi' ? "No". Come viveva? "Trovava nel lavoro la sua vera realizzazione. Amava il mare, stare coi suoi, con le persone di cui era sicuro al cento per cento". Quali attacchi lo hanno piu' amareggiato? "La contesa con il giudice Meli per il posto di consigliere istruttore; gli attacchi ingiusti di un suo ex amico, il giudice Geraci, che l' osteggio' dentro e fuori il Consiglio superiore, e che adesso dice: "Era il migliore di tutti noi", e la posizione del Giornale, e infine le accuse di Leoluca Orlando che gli attribuiva di tenere chiusa nei cassetti la verita' sui grandi delitti. Gli dicevo spesso: "Perche' non ti difendi? Perche' non quereli?". "E lui, sempre pacato: "Maria, le cose vanno fatte nelle sedi istituzionali appropriate". Da bambino aveva fatto il chierichetto. Era religioso? "Adesso no. Anche se portava la catenella con la Croce. Abbiamo ricevuto una educazione quasi bigotta. Aveva avuto un professore di filosofia al liceo, molto bravo, ma non cristiano, che lo influenzo' . Ma non so che cosa c' era poi dentro di lui". Giovanni Falcone diceva: "Il pensiero della morte mi accompagna ovunque". Si sentiva condannato? "Si' . Ma ripeteva: "Il coraggioso muore una volta sola, il codardo cento al giorno". Non dimostrava nessun timore, ma rispettava le regole della sicurezza". Politicamente come si considerava? Era vicino ai socialisti? "E sempre stato di sinistra. Parlava molto bene del rapporto che si era creato con Martelli, e gli siamo riconoscenti, ma non era socialista". Perche' lo appassionavano le inchieste su Cosa Nostra? "Perche' erano i problemi della sua Sicilia". Di qualche mafioso, come Buscetta o Calderone, era diventato amico. "Diceva che Buscetta era molto intelligente e ne rispettava l' umanita' e il coraggio". A che punto e' l' inchiesta sulla sua fine? Ne sa niente? "Non so nulla. Ma non sono ottimista". Diceva che i siciliani sono diffidenti per natura. Lo era anche lui? "Un po' si' ". Aveva avuto molte delusioni? "Si' ". Parlo' mai di minacce ricevute? "Le solite bare, con la data di nascita e quella di morte in bianco. Un giorno all' Ucciardone stava interrogando un detenuto e un altro prigioniero, armato di pistola, tento' di irrompere nella stanza dei colloqui, ma Giovanni fu piu' svelto e chiuse la porta". Dei boss conosciuti, chi lo aveva impressionato di piu' ? "Sempre Buscetta". In che cosa si sentiva siciliano? "Quasi in tutto. Nel modo di pensare, nel pudore dei propri sentimenti, nella tenacia dell' operare, meno che nell' omerta' ". Si riconosceva un forte istinto. I fatti, diceva, confermavano sempre la sua diffidenza. Perche' , allora, e' caduto in un agguato? "Le modalita' erano imprevedibili, e poi in quest' ultimo periodo, con l' andata a Roma, si era un pochino rilassato. Il suo punto debole erano i ritorni a Palermo. Credo pero' che piu' di una leggerezza sua si sia trattato di una trascuratezza di chi doveva proteggerlo. Si capiva che tutti i delitti degli ultimi tempi erano avvenuti col tritolo: dal giudice Chinnici al giudice Palermo". Era chiuso, come dicono? "Di carattere, si' . Ma dopo l' incontro con Francesca si era piu' sciolto". Ha detto che la solitudine, il pessimismo e la morte, come racconta la vostra letteratura, caratterizzano il popolo della Sicilia. E in questo ci sarebbe qualcosa che ha a che fare con la mafia? "Non credo". Lei, signora, che cosa si aspetta dal futuro? "Che la tensione creata da Giovanni possa ispirare una reazione che non si estingue in breve tempo, ma faccia compiere un passo avanti". Pensa che le cose miglioreranno? "Come diceva Giovanni, i siciliani sono pessimisti. Abbiamo visto una partecipazione spontanea che non c' era mai stata, ma lo Stato non c' e' . Andreotti e' venuto per i funerali di Lima, ma non per mio fratello. Neppure un telegramma". L' offesero le chiacchiere che si fecero sul suo amore per Francesca Morvillo? "Con noi non ne ha mai parlato, ma aveva per lei un affetto cosi' puro e assoluto che indubbiamente potevano ferirlo". Francesca ha inciso sulla sua vita? "Si' . E stata forse la presenza piu' bella e la sua gioia piu' grande". E il matrimonio fu celebrato da Leoluca Orlando, se non sbaglio. Perche' fini' la loro amicizia? "Forse perche' non era abbastanza profonda; non ha resistito alle divergenze". La carriera che importanza aveva per lui? "Contava, come riconoscimento del suo lavoro". Aveva firmato centinaia di mandati di cattura e spedito in carcere killer e politici. Non temeva la vendetta, o da chi se la aspettava? "Da Cosa Nostra; sapeva che non perdona". Che cosa avrebbe rappresentato per lui la nomina a capo della superprocura? "La possibilita' di dare una sterzata; era convinto che quella struttura, nelle sue mani, avrebbe funzionato come uno strumento valido e mai esistito". Pensava che Cosa Nostra si poteva battere? "Si' . Su questo e' sempre stato fiducioso. Non credeva nell' infallibilita' delle cosche: ci voleva la volonta' politica e la collaborazione della societa' . In particolare dei giovani. Tutti insieme: ognuno al suo posto". Che cosa ha lasciato? "Un esempio". Lo ha mai visto felice? "Si' , con Francesca".
Dimenticavo. Nell' albero di via Notarbartolo, c' e' un biglietto scolorito, che dice: "Qui e' rinata la speranza dei palermitani onesti e dei loro figli". E Giovanni Falcone aveva confidato: "A questa citta' vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini". I suoi amici? Solo pochi tra cui Borsellino e Caponnetto Molti nemici, politici e magistrati Era fiducioso di riuscire a battere Cosa Nostra: occorrevano la volonta' e la collaborazione della societa'.
L' aereo dell' Ati atterra e i viaggiatori applaudono. Accadeva, una volta, ma dopo la traversata dell' Atlantico. Siamo a Palermo e un cartellone informa che la Sicilia porge il benvenuto. Percorro la strada che conduce in citta' , e altre tabelle assicurano: "Viaggiate tranquilli". Questa e' l' uscita di Capaci: avvenne qui l' esplosione. Non e' rimasto alcun segno: tranne l' asfalto fresco e nero. Gli oleandri, avviliti dal vento caldo, sfioriscono. Lassu' in alto stavano gli uomini sconosciuti, nella casetta accanto a una torre; aspettavano il piccolo corteo, e provocarono lo scoppio. Era la sera del 22 maggio: tra poco saranno passati due mesi. Morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta: Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifano. "Una strage" scrissero i giornali. E forse per la prima volta anche la gente dell' isola si senti' ferita. Oggi e' festa, e' il giorno di Santa Rosalia, le botteghe sono chiuse, e i venditori di pane appena sfornato, coi loro banchetti, resistono sotto il sole. A Mondello fanno i bagni, e i cefali guizzano sotto il ristorante Charleston, tra onde dalle infinite sfumature di azzurro. Passo da via Notarbartolo, quasi deserta, dove abitava il giudice. All' ingresso dell' edificio c' e' un albero al quale i cittadini attaccano dei messaggi. Leggo: "Basta con questo inferno", "Loro col tritolo, noi col cuore e la mente", "Fuori Giammanco nemico di Falcone". Quella sera la madre di Francesca, che abita in questo palazzo, l' attendeva a cena con Giovanni, sapeva che stavano arrivando da Roma: accese la televisione e vide. Da allora la vecchia signora non parla, non vuole incontrare nessuno. Giovanni Falcone sapeva. Quando uccisero Lima disse a un amico: "Adesso tocca a me". Nelle massime di Cosa Nostra sta scritto: "La mafia e' come una banca: paga con denaro contante. Chi deve avere avrà ; chi ha avuto ha avuto. I debiti si pagano". Falcone ricordava i colloqui con Tommaso Buscetta; si capivano con un giro di frasi, anche con una occhiata. "Giocavamo a scacchi", raccontava. Quando arrivarono ai temi politici, Masino avverti : "Stabiliamo chi deve morire prima: io o lei?". Giovanni Falcone non si illude: tutti quelli che hanno guardato dentro Cosa Nostra, senza indulgenze, magistrati o poliziotti, hanno pagato per il loro coraggio, o per un esasperato senso del dovere: e nella sua mente si alternano facce e nomi, Dalla Chiesa e Giuliano, Basile e Chinnici. A quanti funerali ha assistito, e a quanti vertici; e quanti "cadaveri eccellenti". Prima intimidivano le giurie popolari: sono molti i modi. I soliti bigliettini, le lettere, con la data di nascita del destinatario e alla voce: deceduto, tanti puntini. O anche: "I suoi bambini frequentano l' istituto Jean Jacques Rosseau" e a uno che aveva la famiglia sul continente mandarono una pagina gialla della guida telefonica, con segnata una agenzia di pompe funebri, che garantiva "trasporto delle salme ovunque". Falcone in una specie di bunker, pareti di cemento e di acciaio, la continua sfibrante luce del neon, mai una passeggiata, un pranzo in trattoria, sempre in allarme anche sapendo che, quando vogliono, arrivano.
Lo vedono partire per Roma e gli "uomini d' onore" esultano; si sono liberati del nemico. E ci fu la notte del "triunfu": i boss escono dall' Ucciardone, e tornano a casa, li scarcera la solita sentenza della Cassazione, e si fa gran festa. Ma il Consiglio dei ministri, per suggerimento di Falcone, con un decreto legge, li ributta dentro; all' alba si presentano le solite Alfa coi lampeggiatori, e capi e gregari debbono porgere ancora i polsi alle manette. Uno, intanto, ha trovato anche il modo di farsi intervistare. "U triunfu" si spegne in fretta, e poi le assoluzioni di Roma vengono smentite, le tesi di Falcone e di Buscetta: Cosa Nostra e' una societa' criminale, che ha una struttura a piramide, sopra tutte le cosche c' e' la cupola, che decide e comanda, e' vera, e' accettata. Ma la vita di Falcone non e' serena. E tormentato dall' invidia dei colleghi, dalle rivalita' della carriera, dalle maldicenze. Lo accusano di protagonismo: e non ha mai portato via un processo; di trasformismo politico: venduto a Lima, ad Andreotti, a Craxi, perfino di aver fatto mettere i candelotti di dinamite nella casa dove va a villeggiare, purche' si parli di lui. E chiuso, impacciato, e diffida della stampa: "Non sono un personaggio", dice. Soltanto una volta accetta di raccontare qualcosa di se' a tre giornalisti che da tempo lo inseguono, Galluzzo, La Licata, Lodato: magre confidenze, una scarna biografia. Il padre chimico, con lo stipendio degli statali, che parla poco e legge D' Annunzio e Pitigrilli, una madre per niente espansiva e molto rigida, circolo cattolico, e tutti insieme a messa la domenica. Gli insegnano il rispetto di se' , e il senso della responsabilita' : gli parlano di quello zio che ando' volontario in guerra, falsificando il certificato di nascita, per salvare la patria, e cadde a diciotto anni. Si e' laureato con 110 e lode, e ha vinto il concorso senza raccomandazioni: "Io mi sento profondamente giudice", diceva. Ricordava il primo morto di una inchiesta: un operaio, seppellito nel crollo di un cantiere, e i primi ammazzati dalla lupara: due sposi abbattuti da un nipote, poi i cadaveri li aveva buttati in un porcile. "Ma . diceva . anche nel peggiore assassino vive sempre un barlume di dignita' ". Considerava infatti gli interrogatori "un confronto tra intelligenze, tra persone", ed era grato a quel professore di filosofia che gli aveva insegnato "l' amore per la logica". Faceva finta di ridere delle maldicenze, ma ci pativa; ammetteva che al Palazzo di Giustizia non aveva "mai goduto di grandi simpatie". Ma, diceva Antonio Caponnetto, il suo superiore, che gli aveva voluto davvero bene, "era una di quelle rare creature che il Cielo manda ogni tanto a un Paese che non le merita". Sono andato a trovare la sorella Maria, coniugata Di Fresco; insegna diritto, e' nonna, gli assomiglia tanto, nel volto deciso e fiero, nelle parole misurate, che il rimpianto rattenuto rende ancora piu' amare. Sono passati quasi due mesi dall' assassinio di Giovanni Falcone. Che cosa e' successo da allora? Riceve lettere: che cosa dicono? "Da un punto di vista sociale c' e' stato un grande risveglio: nella gente comune, non nelle istituzioni. Mettono fiori e biglietti sulla magnolia davanti alla sua casa; lo chiamano "albero Falcone". Ne ho raccolto qualcuno: "Al nostro defunto benefattore giudice"; un bambino: "Da grande vorrei essere come eri tu"; e ancora: "Spero che dopo di te ci sia un altro uomo coraggioso". Perché lo hanno ucciso? "Lo avevano deciso da anni; era il simbolo della lotta alla mafia. E avevano il terrore che la superprocura nelle sue mani potesse colpirli, con una forza, una organizzazione, che non c' erano mai state. E anche un avvertimento agli altri magistrati: lui era il bersaglio più difficile da colpire; state attenti, arriviamo dove vogliamo. "A Roma, Giovanni se ne andava qualche volta anche in giro da solo, o con un amico, si liberava dalla scorta. Sarebbe bastato anche un killer per colpirlo. Invece hanno voluto dimostrare la loro potenza: e lo hanno inseguito in Sicilia, e assieme alla moglie, volutamente. Sapevano che c' era con lui Francesca". Com' era, come persona, Giovanni? Nel suo libro racconta che qualcuno lo descriveva "freddo come un serpente". "Era una persona umanissima: era un timido. Diceva che soffriva anche per l' imputato: ma capire non significa perdonare. Aveva il gusto della battuta per rompere la tensione, ed era anche un pochino permaloso. Molto affettuoso con tutti noi, anche se non siamo portati ai baci, alle effusioni, contrariamente al carattere siciliano". Che ricordi conserva della vostra giovinezza, della vita in famiglia? "Una delle primissime immagini che ho di Giovanni, e' lui appena nato, accanto alla mamma, coi pugni chiusi: anche se ci dividono soltanto tre anni. Era un bambino coraggiosissimo: non l' ho mai visto piangere. Mia madre diceva sempre: "Gli uomini non piangono", voleva che fosse forte". Vostro padre che lavoro faceva? "Era chimico; dirigeva l' Ufficio d' Igiene di Palermo. Lo ricordo sempre seduto al suo tavolo a studiare. Di carattere chiuso; il rapporto tra noi e lui era distaccato". E che cosa sognava per il figlio? "Non ci ha mai condizionato nelle nostre scelte; voleva che facessimo quello che ci pareva meglio. Mia madre, invece, pensava che il magistrato era una figura di tutto rispetto. Lui era sicuro che qualsiasi cosa facesse Giovanni sarebbe andata bene: non gli creò mai nessun problema. Affrontava le materie scientifiche o letterarie con la stessa disinvoltura. In terza media tradusse Pinocchio in latino". Perché scelse la carriera del magistrato? "Dopo la licenza liceale, diede gli esami e fu ammesso all' Accademia navale, ma dopo qualche mese si accorse che quel clima non era giusto per lui. Torno' e si iscrisse a legge, e si laureo' nei 4 anni, e gia' si preparava ai concorsi della magistratura. Sapeva che doveva arrangiarsi da solo". Le disse niente dopo il primo attentato? "Tantissime cose. La frase piu' triste: "Tu non lo capisci, Maria, che ormai sono un cadavere ambulante?". Per un certo periodo divento' molto nervoso: non voleva che Francesca rientrasse con lui la sera, voleva che tornasse a Palermo. Diceva: "Io debbo essere lucidissimo, sempre presente a me stesso, non posso avere il pensiero di mia moglie". La paura era una costante della nostra vita". C' era qualcuno con cui si confidava? Le parlava mai del suo lavoro? "Con noi di casa non diceva nulla delle indagini, ma parlava delle sue soddisfazioni e delle pene, e dei problemi che aveva a Palazzo di Giustizia". Come visse l' andata a Roma? Perche' decise di andarsene? "Se ne e' andato, come si capisce dagli appunti che ha lasciato, perche' gli era impossibile lavorare a Palermo in una atmosfera che gli consentisse di raggiungere quegli scopi che si era posti. Tra lui e il procuratore capo c' era completa divergenza di vedute. Non esisteva piu' quell' armonia dei tempi di Caponnetto; sentiva che le cose stavano andando in una direzione sbagliata, ma non voleva provocare un nuovo dibattito, che la stampa avrebbe trasformato in una montagna di veleni, che avrebbe delegittimato, a vantaggio della mafia, il Palazzo di Giustizia. "Partendo mi disse: "Sono sicuro di poter fare a Roma molto di piu' di quello che ormai posso fare qui a Palermo". Chi erano i suoi amici? "Pochi. Alcuni colleghi, tra cui certamente Caponnetto e Borsellino, e poi qualcuno fuori: anche dei giornalisti". E quelli che l' avversavano? "Tantissimi. Sia nella magistratura come nella politica". Il giudice Caponnetto ha dipinto Leoluca Orlando come uno che aveva con suo fratello, cito tra virgolette. "rapporti di stima e di affetto, e ricambiato". E cosi' ? "No". Come viveva? "Trovava nel lavoro la sua vera realizzazione. Amava il mare, stare coi suoi, con le persone di cui era sicuro al cento per cento". Quali attacchi lo hanno piu' amareggiato? "La contesa con il giudice Meli per il posto di consigliere istruttore; gli attacchi ingiusti di un suo ex amico, il giudice Geraci, che l' osteggio' dentro e fuori il Consiglio superiore, e che adesso dice: "Era il migliore di tutti noi", e la posizione del Giornale, e infine le accuse di Leoluca Orlando che gli attribuiva di tenere chiusa nei cassetti la verita' sui grandi delitti. Gli dicevo spesso: "Perche' non ti difendi? Perche' non quereli?". "E lui, sempre pacato: "Maria, le cose vanno fatte nelle sedi istituzionali appropriate". Da bambino aveva fatto il chierichetto. Era religioso? "Adesso no. Anche se portava la catenella con la Croce. Abbiamo ricevuto una educazione quasi bigotta. Aveva avuto un professore di filosofia al liceo, molto bravo, ma non cristiano, che lo influenzo' . Ma non so che cosa c' era poi dentro di lui". Giovanni Falcone diceva: "Il pensiero della morte mi accompagna ovunque". Si sentiva condannato? "Si' . Ma ripeteva: "Il coraggioso muore una volta sola, il codardo cento al giorno". Non dimostrava nessun timore, ma rispettava le regole della sicurezza". Politicamente come si considerava? Era vicino ai socialisti? "E sempre stato di sinistra. Parlava molto bene del rapporto che si era creato con Martelli, e gli siamo riconoscenti, ma non era socialista". Perche' lo appassionavano le inchieste su Cosa Nostra? "Perche' erano i problemi della sua Sicilia". Di qualche mafioso, come Buscetta o Calderone, era diventato amico. "Diceva che Buscetta era molto intelligente e ne rispettava l' umanita' e il coraggio". A che punto e' l' inchiesta sulla sua fine? Ne sa niente? "Non so nulla. Ma non sono ottimista". Diceva che i siciliani sono diffidenti per natura. Lo era anche lui? "Un po' si' ". Aveva avuto molte delusioni? "Si' ". Parlo' mai di minacce ricevute? "Le solite bare, con la data di nascita e quella di morte in bianco. Un giorno all' Ucciardone stava interrogando un detenuto e un altro prigioniero, armato di pistola, tento' di irrompere nella stanza dei colloqui, ma Giovanni fu piu' svelto e chiuse la porta". Dei boss conosciuti, chi lo aveva impressionato di piu' ? "Sempre Buscetta". In che cosa si sentiva siciliano? "Quasi in tutto. Nel modo di pensare, nel pudore dei propri sentimenti, nella tenacia dell' operare, meno che nell' omerta' ". Si riconosceva un forte istinto. I fatti, diceva, confermavano sempre la sua diffidenza. Perche' , allora, e' caduto in un agguato? "Le modalita' erano imprevedibili, e poi in quest' ultimo periodo, con l' andata a Roma, si era un pochino rilassato. Il suo punto debole erano i ritorni a Palermo. Credo pero' che piu' di una leggerezza sua si sia trattato di una trascuratezza di chi doveva proteggerlo. Si capiva che tutti i delitti degli ultimi tempi erano avvenuti col tritolo: dal giudice Chinnici al giudice Palermo". Era chiuso, come dicono? "Di carattere, si' . Ma dopo l' incontro con Francesca si era piu' sciolto". Ha detto che la solitudine, il pessimismo e la morte, come racconta la vostra letteratura, caratterizzano il popolo della Sicilia. E in questo ci sarebbe qualcosa che ha a che fare con la mafia? "Non credo". Lei, signora, che cosa si aspetta dal futuro? "Che la tensione creata da Giovanni possa ispirare una reazione che non si estingue in breve tempo, ma faccia compiere un passo avanti". Pensa che le cose miglioreranno? "Come diceva Giovanni, i siciliani sono pessimisti. Abbiamo visto una partecipazione spontanea che non c' era mai stata, ma lo Stato non c' e' . Andreotti e' venuto per i funerali di Lima, ma non per mio fratello. Neppure un telegramma". L' offesero le chiacchiere che si fecero sul suo amore per Francesca Morvillo? "Con noi non ne ha mai parlato, ma aveva per lei un affetto cosi' puro e assoluto che indubbiamente potevano ferirlo". Francesca ha inciso sulla sua vita? "Si' . E stata forse la presenza piu' bella e la sua gioia piu' grande". E il matrimonio fu celebrato da Leoluca Orlando, se non sbaglio. Perche' fini' la loro amicizia? "Forse perche' non era abbastanza profonda; non ha resistito alle divergenze". La carriera che importanza aveva per lui? "Contava, come riconoscimento del suo lavoro". Aveva firmato centinaia di mandati di cattura e spedito in carcere killer e politici. Non temeva la vendetta, o da chi se la aspettava? "Da Cosa Nostra; sapeva che non perdona". Che cosa avrebbe rappresentato per lui la nomina a capo della superprocura? "La possibilita' di dare una sterzata; era convinto che quella struttura, nelle sue mani, avrebbe funzionato come uno strumento valido e mai esistito". Pensava che Cosa Nostra si poteva battere? "Si' . Su questo e' sempre stato fiducioso. Non credeva nell' infallibilita' delle cosche: ci voleva la volonta' politica e la collaborazione della societa' . In particolare dei giovani. Tutti insieme: ognuno al suo posto". Che cosa ha lasciato? "Un esempio". Lo ha mai visto felice? "Si' , con Francesca".
Dimenticavo. Nell' albero di via Notarbartolo, c' e' un biglietto scolorito, che dice: "Qui e' rinata la speranza dei palermitani onesti e dei loro figli". E Giovanni Falcone aveva confidato: "A questa citta' vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini". I suoi amici? Solo pochi tra cui Borsellino e Caponnetto Molti nemici, politici e magistrati Era fiducioso di riuscire a battere Cosa Nostra: occorrevano la volonta' e la collaborazione della societa'.

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