"M'illumino di meno 2010" - Villa Fondi, Piano di Sorrento

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Il servizio di Penisola Tv.net

giovedì 8 ottobre 2009

Da Novara ... il viaggio de "Il Mulino" continua ...



Irene Spagnuolo è una scrittrice, una blogger, titolare dell'Irene Art Cafè a Novara.
Sul suo Blog,( http://spagnuoloirene.blog.lastampa.it/ )ha recensito l'ultimo lavoro editoriale di Biagio Verdicchio e Domenico Palumbo, "Il Mulino di Sophia". Riportiamo di seguito la recensione:

Due giovani autori compiono un viaggio di riflessione su Virtù e valori per l’uomo di domani. L’incontro con la conoscenza, la ricerca, la meditazione. E il desiderio di trovare un filo conduttore, un significato, un’anima che sia per l’uomo sociale scopo e riferimento dell’esistenza. Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio si cimentano in un’opera intensa e profonda di valutazione della nostra cultura e del nostro costume alla luce di quel frenetico e triste sbando umano e ideologico che è alla base della grave crisi che attraversiamo. Una crisi di orientamento, una crisi psicologica, una crisi storica. Una sorta di bufera che ha acuito le lacerazioni, impoverito le relazioni, frantumato l’ordine dei pensieri, delle aspirazioni, dei principi diffusi.
Il Mulino di Sophia attraversa la politica, la spiritualità, la libertà, la morale, la ragione. Analizza l’uomo, la vita, la comunità. Esplora con forza i concetti di giustizia, di rispetto, di impegno civile, di dignità, di correttezza. Indaga nel nostro tempo impietosamente ma con lo spirito costruttivo di chi crede ancora negli uomini e nel potere della volontà. Interrogandosi e frugando nella storia e nel suo sviluppo, Palumbo e Verdicchio trovano tracce indelebili di coraggio, di saggezza, di lealtà e vogliono che restino immortali esempi di qualità e di stimolo. Contro ogni orribile debolezza, contro ogni paura, contro ogni lassismo, contro ogni barbarie.
Le grandi verità della filosofia, il fondamento e lo spessore dell’etica, le considerazioni sul benessere, l’osservazione della realtà, il bisogno di riconoscere gli uomini come concentrati di sentimenti, qualità, intelligenza, l’essenza naturale delle cose, delle trame, dei gruppi sociali, dei terreni cammini è un appassionante reticolo di stimoli, sorprese, certezze, aneliti che i due autori esaminano con lucidità e passione, con rigoroso approfondimento e con l’ausilio di una sapienza antica, quella del buon senso, della paziente ricostruzione, del perfetto incastro.
Con il vivace e generoso ottimismo della gioventù e dell’onestà di intenti Palumbo e Verdicchio si propongono di offrire uno spaccato tangibile di virtù possibile. Virtù come coerenza, virtù come rispetto, virtù come fatica, virtù come responsabilità, virtù come fedeltà alla propria coscienza. E’ un libro notevole, il Mulino di Sophia. Una lettura coinvolgente e arguta che accarezza la speranza e induce a una ribellione serena. La ribellione contro noi stessi per riscoprire e amare ciò che abbiamo maltrattato, sepolto, dimenticato, offeso. E’ un grido di allarme. Ma anche un’emozionante luce nel buio. E’ l’incitamento a riabbracciare i valori che ci fanno essere uomini per gli uomini e tra gli uomini. Valori umani e civili. La socialità, la dimensione di vita…
“Il coraggio dell’uomo è la sua stessa libertà”…
Per questo viaggio di riflessione Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio hanno ripercorso la vita, le parole, le azioni di alcuni Padri della nostra storia, uomini che hanno interpretato la virtù e i valori come orgoglio di serietà, di appartenenza, di osservanza, di dovere. A sprezzo di ogni pericolo e con autentica pienezza. Nelle pagine del Mulino di Sophia ci sono Indro Montanelli, Nilde Iotti, Piero Calamandrei, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Milani, Don Diana, Don Puglisi.
Uomini che per rettitudine, umanità, disciplina, audacia ci hanno dato lezioni preziose che possono e devono rimanere la migliore bussola per la nostra esistenza di uomini e cittadini.
Il Mulino di Sophia, Palumbo e Verdicchio, Archimede Libri.

giovedì 3 settembre 2009

"L'eroe è per noi chi fa il proprio dovere" - INTERVISTA DE "IL CENTRO" AGLI AUTORI DE "IL MULINO DI SOPHIA"


Sul numero di Agosto del mensile Il Centro (Direttore Fabrizio d'Esposito), è apparsa una intervista ai due giovani autori de "Il Mulino di Sophia". Rita Stinga ha voluto incontrare prima di ferragosto Biagio Verdicchio e Domenico Palumbo. Ne è uscita questa intervista che gentilmente la redazione ci concede di riproporla sul nostro blog



Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio sono gli autori del libro "II Mulino di Sophia " presentato per la prima volta il 20 luglio nella sala consiliare del Comune di Sorrento. Li abbiamo incontrati per voi.

Come è nata l'idea di scrivere un libro insieme?
Domenico: Scrivere un libro a quattro mani com­porta un cambio di prospettiva. Per carattere ho difficoltà a riuscire ad accettare un punto di vista diverso, quando sia fondato su principi del tutto particolari. Biagio ha il pregio di riuscire a motivare le sue argomentazioni e questo ti porta se non a mettere in discussione il tuo punto di vista almeno a relazionarti con un punto di vista diverso. Questo incontro - scontro tra le nostre idee ha avuto spesso i connotati di ironia pura. Abbiamo due modi differenti di scrivere e due modi di fondare le affermazioni con due cri-teri diversi. Ed è stato bello, da parte mia, poter ritrovare quello che si ritro­va nei libri di filosofia antica e che cioè la verità o il punto di vista fondamenta­le non è mai frutto di un solo pensiero, ma nasce all'interno del confronto e del dialogo con altri punti di vista. Anche se io e Biagio abbiamo una formazione e un pensiero politico differente ci siamo trovati a dialogare sulle società, sul tema dei valori e dei giovani.
Biagio: Ci sono due punti di vista dif­ferenti però il bello è vederli fusi insie­me e ben amalgamati come nel contesto di questo lavoro. Questo lavoro è sì un saggio ma mi piace riportare l'espressione dell'onorevole Bossa che lo ha definito «romanzo della vita». Per questo saggio ci siamo divisi i compiti: io ho curato la parte relativa ai personaggi mentre Domenico ha curato l'introduzione e la conclusione.
Domenico: Biagio ha il pregio di trovare giornalisticamen­te la forma più adatta di comunicazione. Per esempio io avrei trattato i personaggi diversamente: Biagio invece è riuscito a trasmettere quello che il personaggio voleva dire e lo ha fatto in maniera leggera.


Perché il titolo "II Mulino di Sophia"?

Domenico: L'idea è che la sapienza e la saggezza non sono qualcosa che hanno a che fare con un museo, con un tem­pio o con un laboratorio di ricerca. Per noi la saggezza ha a che fare con la quotidianità, per questo dovevamo cercare un'immagine che desse quest'idea, che fosse rappresentati­va e non lasciasse dubbi di nessun tipo, quindi pensare a un mulino, pensare comunque a qualcosa che non c'è, perché noi non abbiamo più la percezione di che cosa è un mulino, vuoi richiamare l'attenzione, forse "donchisciottescamen­te", a quest'utopia cha abbiamo avuto di trasmettere qual­cosa di nostro al lettore. Abbiamo realizzato un'impersonificazione metaforica della saggezza ai fornelli, che prende il frumento che poi è la vita in sé e lo trasforma, trasforman­dolo te lo fa consumare. La farina ci da, come ha sottolinea­to l'onorevole Bossa, speranza. Questa farina è la farina che costituisce il pane, il lavoro, ma è anche il pungolo per il lettore di doversi dare da fare. Non mi piace un'idea della sapienza che possa semplicemente consegnare un prodotto, mi piace l'immagine della farina della speranza, del sudo­re, del lavoro per cui ognuno di noi sia costretto e sia suo dovere fare un lavoro per conquistare un minimo di quella verità e di quella sapienza. Sophia è l'intento di legare i personaggi di oggi con il mondo antico: non esiste un sape­re separato a compartimenti stagni tra passato e moderno, esiste un uomo che quando usa la sua razionalità si eleva in un altro piano che è comune agli uomini, a tutta l'umanità per cui non può esserci distinzione né per i tempi né per i luoghi. Abbiamo preso, scherzosamente e metaforica­mente in prestito una divinità greca e l'abbiamo posizionata ai giorni nostri.
Biagio: Infatti il sottotitolo «virtù e valori» sono gli ingredienti di questo pane: un domani volendo trattenere il titolo "II Mulino di Sophia" possiamo riadattarlo per altri concetti che posso­no essere quello di politica, di patria e quindi costruire e preparare altro pane per la quotidianità.


C'è una pagina dedicata alle avver­tenze per il lettore, perché?


Domenico: Nell’introduzione abbiamo svelato abbastanza al lettore, anzi, forse siamo stati troppo schietti e nelle avvertenze abbiamo sottolineato che il letto­re può essere di due o più tipi: ognuno è libero di scegliere quale tipo di lettore essere.


Nell'introduzione si parte da questa domanda: «Ha senso parlare di valori nel mondo contemporaneo?».


Domenico: Questa è una provocazione che abbiamo preso dai tanti esperti che in tv o sulla carta stampata accusano le nuove generazioni di essere vuote. Noi abbiamo risposto come già Fabrizio De Andrè diceva e cioè che probabil­mente non è vero che i giovani non hanno valori ma che è il mondo che non li ha capiti ancora perché sta in ritardo. I giovani hanno valori, però è la contemporaneità tutta che ha perso il senso di questo concetto che era della cultura greca, che è rimasto nella cultura romana, che è confluita nel pen­siero cristiano, che è la virtù. Si è perso il valore originale dell’ aretè che era del mondo greco, che rimaneva all'inter­no della società. Noi vogliamo riportare democraticamente questo concetto, non legandolo ad una classe sociale ma a tutti color che possono diventare migliori di se stessi attra­verso il riproponimento dei concetti di valore e di virtù. I giovani forse non sono lontani da questi valori ma forse hanno solo paura e forse questo smarrimento ci ha spinto a scrivere questo libro.
Biagio: Forse semplicemente questa società non da spunti per mettere in mostra valori e virtù che i giovani hanno o quello che pensano: sono ostacoli che un certo meccanismo crea automaticamente e che porta i giovani ad essere più restii del solito e lo dimostra il fatto che per lanciare un'iniziativa devi districarti tra mille e mille paletti.


Perché avete scelto proprio questi nove personaggi?


Biagio: Ho scelto questi nove per­sonaggi perché parte del ricordo personale. Falcone e Borsellino non potevano non esserci non tanto per­ché la presentazione sorrentina è caduta in occasione del 17° anniver­sario della strage di Via d'Amelio. Io ricordo benissimo quell'anno, quindi la memoria che ritorna. Ho scelto anche personaggi che forse sono lontani da me come Indro Montanelli. L'idea di don Milani è nata dall'esperienza del servizio civile di Domenico e poi c'è Pietro Calamandrei che è quello che più mi ha colpito. Forse perché è il meno conosciuto o forse semplice­mente perché padre della Costituzione e in questo momento in cui si parla sempre più di riforme è un richiamo all'unità. Perché 60 anni fa tanti soggetti profondamente diversi tra di loro si erano messi insieme per raggiungere un obiettivo, certo c'era un nemi­co comune da combattere ma hanno superato ogni separa­zione, ogni colore politico. Mi piace soprattutto l'immagi­ne che lui usa della Costituzione come una macchina in movimento che ha bisogno di una spinta continua da parte di tutti noi. Calamandrei già aveva individuato cosa manca­va per mantenere costante questo movimento, l'attivismo, ed è un po' la risposta che noi vogliamo dare con questo libro: cosa manca alle nuove generazioni? L'attivismo, l'impegno ma anche nelle piccole cose.


Qual è il vostro obiettivo con questo libro e qual è la soluzione che proponete affinché l'uomo di domani ritrovi virtù e valori?


Domenico: Ci sono due possibili soluzioni, come ci sono due tipi di lettori. Uno è racchiuso nella "Lettera all'italia­no" che è quella di poter pensare di essere noi stessi non dei semplici italiani che si sentono tali solo quando ci sono le partite di calcio in tv, o che sono solo gli abitanti del terri­torio Italia ma uomini che culturalmente siano predisposti ad un incontro di mondi diversi. Quindi la soluzione iniziale è ottimistica: abbiamo criticato la società dicendo che esistono degli esempi a noi vicini di uomini e donne ecce­zionali che possiamo onorarci di chiamare semplicemente uomini. Ma il lettore può completare l'opera dimostrando ad altri che esistono virtù e valori che non sono stati anco­ra compresi. La soluzione pessimistica è quella di guardare a questo libro come l'ennesima critica della società, non rassegnarci a chi dice che questa è una società di massa liquida incapace di guardare al domani.


Falcone e Borsellino: «Io sono solo un servitore dello Stato». Solo servitori dello stato o eroi?

Biagio e Domenico: Non sono eroi.
Biagio: La società che chiama facil­mente eroi, utilizza facilmente que­sta sorta di etichetta.
Domenico: Chiamare degli uomini eroi è un modo per ricordarsene maggiormente o per fare bello sfog­gio di parole. Lo stato non è stato vicino a questi uomini e poi fa finta di commemorarli e poi trovi il tes­suto sociale che veramente dovreb­be commemorarli che non partecipa alle cerimonie, come è successo il 19 luglio scorso a Palermo dove non c'è stata cospicua partecipazio­ne popolare alla commemorazione di chi è chiamato eroe. Eroe non è chi si sacrifica e viene innalzato, per noi eroe è chi fa il suo dovere e che rispetta la sua umanità, tanti uomini e tante donne che quotidia­namente fanno il proprio dovere sono eroi. Oggi tendiamo a chiamare eroe solo chi è morto da eroe e non chi ogni giorno com­batte per vivere.
Biagio: Pensiamo a come è difficile associare l'etichetta di eroe al sacerdote che muore, pensiamo a don Puglisi e a don Diana. Questi sacerdoti hanno compiuto il loro dovere hanno ammonito dal pulpito il loro gregge a non percorre­re la strada sbagliata. Ecco vorrei ricordare Marco Biagi: un funzionario che ha cercato di realizzare qualcosa che fosse vicino alle istanze dei lavoratori, ma che per questo è morto.


L'importanza del ruolo dell'educazione.


Biagio: Volendo trovare delle combinazioni all'interno di questo saggio il valore dell'educazione è stato legato alle figure dei sacerdoti. È un po' un guanto di sfida con lo stato: dove lo Stato non arriva ecco che personaggi umilis­simi, vedi don Milani, don Tonino Bello, sono persone che si sostituiscono. È un monito allo stato a porre più attenzio­ne alla formazione dei giovani.
Domenico: Parliamo anche di educazione classica, di quel­l'educazione che faceva parte del repertorio che ogni gio­vane doveva avere, che era educazione fisica, culturale e morale che non era impartita dalla famiglia, ma dalla socie­tà. Lo stato oggi deve ritrovare questo ruolo, farsi garante dei valori e che sia lui prima di tutto ad insegnare ai giova­ni determinati valori che non possono essere settari o il riflesso di una cultura religiosa o morale, ma devono esse­re valori in grado di mettere i propri figli in relazione con altri giovani con altri credi, altre culture.


Disordine moderno: il grado di entropia della società dipende dal disordine individuale?


Domenico: Sì, dipendono l'uno dall'altro ma non sono d'accordo a poter dire che l'uno sia causa dell'altro, sono su due piani diversi e che purtroppo sono messi in relazio­ne non tanto perché la società è un'entità più grande, ma perché la frantumazione dell'individuo sta portando alla frantumazione della società. È un po' quello che succede nei fenomeni psichici dove non si distinguono causa ed effetto. Nella società succede un po' questo: l'individuo ha perso il centro di unità che poteva avere e che quindi stia portando la società tutta a perdere questa unità. Ma a que­sto punto mi nasce una domanda: la classe degli individui frammentati non è comunque un'unità, per cui il grado di entropia di quell'unità in realtà sarebbe pari a zero? È pos­sibile che quest'entropia non trovi mai un grado di equili­brio e mini le basi democratiche della società, perché una società con un grado di entropia elevato ha nel tiranno anti­co o nel dittatore moderno il suo punto di sfogo, una socie­tà minata nella basi porta ad una lotta.


Un commento a questa frase: «Oggi la libertà si sta trasformando nel suo esatto contrario: anarchia».
Domenico: È facile oggi dire che abbiamo la libertà, diffi­cile dire quali sono gli strumenti che si possono usare per mantenere la libertà. Nessuno è più educato a mantenere la propria libertà anche se siamo sempre pronti a fare bello sfoggio della nostra libertà soprattutto relazionandoci con chi non gode di libertà. Questo libro mi sfida a trovare valo­ri e virtù che possono parlare al mio posto in ogni contesto relazionandomi con chiunque faccia parte di un gruppo cul­turale diverso. Ecco la "virtù dello iato": ritrovare e risenti­re questo iato. È un po' come il Dio che sente Abramo: Abramo lo cerca nel fuoco, nel fulmine e non lo trova ma poi passa vicino ad un rovo e sente il fruscio di Dio. Questo significa sentire lo iato.


Nella conclusione scrivete: «L'uomo di domani è chia­mato all'amicizia quale alternativa al mondo del marce­scibile».
Biagio: II messaggio che vogliamo lanciare è questo: se siamo chiari nei rapporti umani allora riusciamo ad esserlo ovunque.
Domenico: Oggi quando parliamo di amicizia pensiamo solo a persone che pensano allo stesso modo. È un invito a ritornare ad una condivisione su un altro piano vogliamo ritornare al concetto di amicizia come legame forte e non come legame di occasione. Oggi non abbiamo più il corag­gio di rifiutare il plauso della massa perché interessati del giudizio di una sola persona.


Al termine dell'intervista c'è spazio anche per una recensione del libro, che pubblichiamo di seguito.

“Il Mulino di Sophia", pre­sentato per la prima volta il 20 luglio nella sala consiliare del Comune di Sorrento in occasione del 17° anni­versario della morte di Paolo Borsellino, rientra nella tipologia di libri da trasmettere alle gene­razioni future, da leggere e rileggere perché ogni volta il lettore potrà trovare una nuova sfu­matura, una parola, un'espressione che potrà dare una scossa alla sua vita perché come racco­mandano gli autori «il lettore deve leggere in esso quello che va cercando e poi tutto il resto».
Già il sottotitolo «virtù e valori per l'uomo di domani» immette il lettore nella prospettiva scelta dai due autori, Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio. Quello che forse sorprende di più è scoprire che i due autori sono nati nell'82, coetanei di chi scrive, e quindi totalmente immersi nella crisi di valori e virtù del mondo contemporaneo.
Eppure proprio loro presentano una possibile soluzione a tale crisi di valo­ri. Non c'è sociologo, scienziato, politico o tuttologo che non sottolinei la crisi della società civile, la disaffezione dei giovani verso la politica, l'inerzia, la mancanza di passione per qualsiasi cosa in cui vegetano le nuove generazioni, prospettando spesso inconcludenti soluzioni di vario tipo ma forse perdendo di vista che la prima azione da fare è sull’uomo stesso, sull'io di ognuno di noi. L'unico modo per bloccare la decadenza in cui versa la socie­tà di oggi è ripristinare il ruolo dell'educazione, si ha bisogno di un'educazione ai valori veri e non quelli proposti dal reality show di turno.
I due autori partono da un interrogativo: quali sono i valori dell'uomo moderno, a cosa guarda l'uomo di questo nuovo millennio? E hanno risposto attraverso le storie, gli esempi di nove personaggi che hanno segnato la storia del '900: da Indro Montanelli a Nilde lotti, a Pietro Calamandrei, ai giudici Falcone e Borsellino, ai sacerdoti di frontiera, ai "pretacci" don Lorenzo Milani, don Tonino Bello, don Diana e don Puglisi. Questi uomini e donne hanno incarnato un sistema di virtù e valori a cui l'uomo moderno deve guardare per­ché hanno saputo essere "eroi normali". Ecco allora ciò che l'uomo moderno deve ritrovare: il coraggio di essere uomo. "Il Mulino di Sophia" è una fabbrica di sapere da cui nasce una farina preziosa, la farina di valori; è un invito all'azio­ne, all'impegno dei giovani per, come dicono gli autori, «fidanzarsi con il domani» e per provare l'emozione «di sentirsi semplicemente un uomo».


Rita Stinga






lunedì 10 agosto 2009

Le emozioni de "il Mulino" a Sant'Agnello

i due autori all'interno della libreria J. Livingston a S. Agnello


I due autori tra le sorelle Belardo, titolari della libreria J. Livingston


Alle 20,00 presso la libreria-internet cafè si è tenuta la presentazione del libro "Il Mulino di Sophia". La tappa Santanellese ha riscosso un discreto successo. In particolare, gli ospiti presenti hanno potuto apprezzare la lettura di alcuni passi del libro dei due giovani autori Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio.
dalla "Lettera all'italiano" fino ai passi ben più noti di Falcone e Calamandrei, i due autori hanno ribadito l'importanza di un lavoro come quello de "il Mulino": "occorre spiegare ai giovani che c'è ancora possibilità di dire la propria, in una società che invece denigra, attacca, ricusa i giovani. Gli esempi per ritornare a svolgere un ruolo attivo ci sono. L'esempio di calamandrei, il coraggio di falcone e Borsellino, l'autorevolezza di Nilde Iotti, la saggezza di Don Milani, possono forgiarci verso nuove sfide ... pronti a preparare quel pane di sapienza all'interno dei nostri mulini".
Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio ringraziano gli amici della libreria, anche per il gustoso omaggio riservato agli ospiti intervenuti ...

giovedì 23 luglio 2009

PARTE "IL MULINO" TOUR



Il prossimo nove agosto, presso la libreria - internet cafè "IL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON" a Sant'Agnello (Via M. Crawford), Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio incontreranno gli amici e i lettori de "Il Mulino di Sophia".
Una serata che sarà allietata da gustose sorprese e che vedrà naturalmente protagonista la loro fortunata opera.
Parte così il viaggio de "Il Mulino", il cui programma seguiremo e comunicheremo sul nostro blog.
Appuntamento allora per domenica 9, alle ore 20,00 ...

martedì 21 luglio 2009

LE EMOZIONI DEL MULINO



serata dalle forti emozioni quella di ieri sera. Il Mulino di sophia è stato presentato nella splendida cornice della sala Consiliare del Comune di Sorrento.
Più di un centinaio gli ospiti intervenuti, ad ascoltare le parole dell'ass. Rosario Fiorentino e della coordinatrice Marianna di Martino, che ha illustrato il progetto Non solo lettura, che ci ha visto apripista.
Poi la parola è passata agli ospiti, dall'on. Luisa Bossa, membro della commissione parlamentare antimafia che ha scritto la prefazione al libro, all'On. Marcello di Caterina del PdL, a Nora Rizzi, professoressa in prima linea alla lotta contro la mafia, che ha elogiato questo lavoro, innanzitutto per il coraggio dimostrato dai giovani autori.
Insomma una serata che ha visto insieme la passione civile e l'amore per la lettura, come ha sottolineato l'assessore Fiorentino.
Tra qualche giorno vi informeremo su dove trovare "Il mulino di sophia", viste le numerose richieste dei tanti che si sono persi questo importante debutto.

venerdì 10 luglio 2009

IL PROGRAMMA DELLA SERATA DEL 20 LUGLIO PROSSIMO, ORE 19,30


ECCO IL PROGRAMMA DELLA SERATA COME PREVISTO DALL'ASS. ALLA CULTURA DEL COMUNE DI SORRENTO, ROSARIO FIORENTINO

LA SERATA AVRA' INIZIO MEZZ'ORA PRIMA ... VI ASPETTIAMO QUINDI TUTTI ALLE ORE 19,30

Lunedì 20 luglio presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento avrà luogo la celebrazione del decennale del Centro Informagiovani dedicato ai Giudici Falcone, Borsellino e alle loro scorte. Nell'ambito dell'iniziativa ricompresa nel programma di NON SOLO...LETTURA la presentazione del libro IL MULINO DI SOPHIA dei giovani Biagio Verdicchio e Domenico Palumbro aprirà un dibattito sull'impegno sociale e sui valori dei giovani di oggi e di domani, che vedrà l'intervento di:

On. Luisa Bossa, commissione Nazionale Antimafia
On. Gioacchino Alfano, PDL
Don Tonino Palmese, Associazione Libera
prof. Nora Rizzi

saluti dell'Assessore Rosario Fiorentino
Modera: Marianna Di Martino


Durante l'iniziativa saranno proietatti alcuni reportage sulla vita del giudice Borsellino ed alcuni brani tratti dal film "I cento passi"

giovedì 9 luglio 2009

IL PROGRAMMA COMPLETO DEL PROGETTO NON SOLO ... LETTURA PROMOSSO DALL'ASSESSORATO ALLE POLITICHE GIOVANILI DEL COMUNE DI SORRENTO


Nell'ambito del Progetto NON SOLO... promosso dall'Assessorato alle Politiche giovanili sta per partire la rassegna letteraria di Giovani autori: Presentazioni di libri di giovani che raccontano la vita, l'amore, l'avventura e i sogni... tanti momenti di condivisione anche con la lettura di poesie di giovani poeti locali intervallati da sonate coinvolgenti e passi di danza. Il tutto nella cornice della nostra bellissima Sorrento


PROGRAMMA

Rassegna letteraria di Giovani Autori

Momenti di incontro tra Musica e Poesia

Biblioteca comunale, Chiostro di San Francesco, Sala Consiliare del Comune di Sorrento

Rassegna a cura di Marianna Di Martino


20 luglio 2009, ore 19.30 – Sala Consiliare del Comune di Sorrento

Presentazione di IL MULINO DI SOPHIA

di Biagio Verdicchio e Domenico Palumbo

Con l’intervento dell’On. Luisa Bossa, Commissione Nazionale Antimafia


10 agosto 2009, ore 20.30 – Bagni della Regina Giovanna – Loc. La Solara

Presentazione di I SENSI DELLA MELA AA.VV.,

a cura di Cleonice Parisi

Serata di Danza, Musica e Poesia sotto le stelle


11 agosto 2009, ore 19.00 – Biblioteca comunale

Presentazione di COME LA FORMA DELLE NUVOLE

di Loredana Guardione


24 agosto 2009, ore 19.00 – Biblioteca comunale

Presentazione di IL DESTINO TRA NOI

di Maria Santoro


30 agosto 2009, ore 19.30 – Biblioteca comunale

Presentazione di E FINALMENTE PIOVE…

di Mario De Rosa


5 settembre 2009, ore 19.30 – Chiostro di San Francesco

VITA, AMORE E…..SORRENTO

Recital di Musica e Poesie

di Anna Maria Gargiulo, Luigi Leone, Gigliola De Feocon la partecipazione del Duo Darclèe



13 settembre 2009, ore 19.30 – Biblioteca Comunale

Presentazione di L’ANGELO DEL FOCOLARE

di Cleonice Parisi


23 settembre 2009, ore 18.30 – Sala Consiliare del Comune di Sorrento

Presentazione di LA PERIZIA NELLE SEPARAZIONI CONIUGALI. GUIDA ALL'INTERVENTO PSICOLOGICO

del dott. Alberto Vito.

Intervento del dott. Enzo Albano - Presidente del Tribunale di Torre Annunziata


12 ottobre 2009, ore 10.00 – Sala Consiliare del Comune di Sorrento

Presentazione di RICICLIAMO CON CIO’ CIO’

della prof.ssa Cecilia Coppola


21 ottobre 2009, ore 18.30 – Biblioteca comunale

Presentazione di I CINQUE SENSI DELLE CILIEGIE

di Virgilio Panarese

sabato 4 luglio 2009

IL MULINO DI SOPHIA TRA POCO IN LIBRERIA


E' possibile prenotare la propria copia de "Il Mulino di Sophia. Virtù e valori per l'uomo di domani". Chiunque sia interessato può inviare una mail all'indirizzo di posta della Associazione associazionearchimede@gmail.com e chiedere tutte le informazioni necessarie.
Il libro sarà nelle librerie tra quindici giorni, in concomitanza con il 17° anniversario della strage di via d'Amelio, dove morì il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Paolo Borsellino, il giudice Falcone, ma anche Montanelli, Nilde Iotti, Don Milani, Calamandrei ... personaggi così diversi, cosi lontani fra loro, eppure tutti maestri nell'insegnarci valori e virtù che l'uomo moderno sembra aver perso. Un viaggio appassionante alla ricerca di noi stessi ...
Ricordo a tutti che il libro sarà presentato a Sorrento, il prossimo 20 luglio, presso la sala consiliare del Comune.

mercoledì 1 luglio 2009

APPUNTAMENTO COL MULINO IL 20 LUGLIO ...

sala consiliare del Comune di Sorrento (fonte www.comieco.org)
LUNEDI' 20 LUGLIO

E' LA DATA DI PRESENTAZIONE DEL MULINO DI SOPHIA,

ULTIMA FATICA LETTERARIA DI DOMENICO PALUMBO E BIAGIO VERDICCHIO.

NELL'AMBITO DI UN RICCO PROGRAMMA CHE IL COMUNE DI SORRENTO STA PREPARANDO PER VALORIZZARE I LAVORI EDITORIALI DEI GIOVANI DELLA PENISOLA, LE "VIRTU' E I VALORI PER L'UOMO DI DOMANI" SARANNO PROTAGONISTI PRESSO LA SALA CONSILIARE A PARTIRE DALLE ORE 20,00

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!!

IL PROGRAMMA COMPLETO DELLA SERATA

(CHE AVRA' UNA ANTICIPAZIONE IL GIORNO PRIMA

CON LA PROIEZIONE DEL FILM "I CENTO PASSI")

VERRA' PUBBLICATO AL PIU' PRESTO SUL NOSTRO BLOG

sabato 27 giugno 2009

Una prefazione d'eccellenza ...


Il libro "Il Mulino di Sophia. Valori e virtù per l'uomo di domani", avrà una prefazione d'eccellenza.

A scriverla è l'On. Luisa Bossa, già sindaco di Ercolano, consigliere regionale, ora deputato e membro della Commissione Antimafia.

Una donna, una madre, un'insegnante, una donna delle Istituzioni ... valori che nel nostro piccolo abbiamo voluto raccogliere in questo volume.

L'Onorevole presiederà peraltro alla presentazione del volume, il prossimo 20 luglio, presso la Sala consiliare del Comune di Sorrento

mercoledì 24 giugno 2009

Il mulino in viaggio verso Sorrento ...


Dal 30 giugno al 30 ottobre partirà un calendario di iniziative molto ricche, promosso dall'Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Sorrento con il concorso della Regione Campania.
Musica, concerti, concorsi per giovani musicisti ed autori, pomeriggi in biblioteca con cineforum, letture di poesie, giochi di società, Musical e tanta informazione.
Il 19 luglio prossimo, all'interno di questo programma, verrà presentato "Il Mulino di Sophia. Virtù e Valori per l'uomo di domani".
Come autore (insieme a Domenico Palumbo) e presidente dell'Ass. Culturale Archimede, sono onorato dell'invito ricevuto ... L'idea di promuovere un lavoro di giovani, per giovani mi sembra importante in una società che sembra essere sempre meno disposta a guardarsi intorno, e soprattutto avanti...
E poi non è casuale la scelta della data ... il prossimo 19 luglio, ricorreranno i 17 anni dalla strage di Via D'Amelio in cui perirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta ...
E il giudice Borsellino, insieme a Giovanni Falcone, sono stati ritratti all'interno del libro sottolinenando come l'opinione pubblica li abbia etichettati si come "eroi", ma quando invece non hanno fatto altro che compiere "il loro dovere" , una discrasia che emerge nitida, in altri "ritratti", a rimarcare che valori e virtù che la società quotidiana va ricercando non dobbiamo cercarli chissà dove ... ma sono nelle storie "normali" di persone come Nilde Iotti, Indro Montanelli, Don Lorenzo Milani, Piero Calamandrei ...


Sui dettagli della serata vi terremo informati.

sabato 13 giugno 2009

ricordando Massimo ... ultimo re di Napoli ...


Lo scorso Novembre la nostra ass. culturale, ha tenuto due incontri sull'ironia. "Storia e storie del saper ridere" il titolo ... dalla commedia greca alla poesia del mondo romano, fino a toccare i personaggi della comicità dei giorni nostri ... un viaggio curato dal sottoscritto e Da domenico Palumbo, realmente appassionante.

Inevitabilmente non si poteva non toccare il mondo di Massimo Troisi, un mondo tutto particolare, per un personaggio che è già (e forse non se lo sarebbe mai aspettato) leggenda ... come capita solo ai grandi. Del personaggio Troisi analizzammo l'ironia surreale, con un gesticolare che sulla scena era essa stessa ironia ... il "modus napoletanus" portato quasi all'esasperazione ... con quelle pause e i balbettii che non hanno nulla a che vedere con quelli Celentaneschi (che ci appaiono voluti e cercati per creare attesa nel pubblico), ma che altro non sono se non un vero e proprio segno di incertezza, come di chi non sa come comportarsi cosa fare o dire i nun determinato contesto ...

Quando con Domenico scegliemmo quale frammento video mostrare del grande attore comico, io non ebbi dubbi ... perchè sulla scia di quel che vi ho scritto poco fa, mi sembrò allora e lo è tuttora l'esempio più "azzeccato" per descrivere Massimo. Si tratta del monologo sul Belice ... il presidente Pertini, scosso dai fatti del Terremoto in Irpinia, si chiedeva che fine avessero fatti i soldi stanziati qualche anno prima per la regione siciliana del Belice, colpita anch'essa da un grave evento sismico. L'irruenza del presidente, affinchè non si ripetessero più le ingiustizie e gli abusi di prima, "scuote" Massimo ... divertentissimo ...

Ed è questo l'omaggio per il vuoto che ci ha lasciato ... e sono già 15 anni ...

martedì 2 giugno 2009

FESTA DEL 2 GIUGNO, ALL'INSEGNA DEL RICORDO DEI NOSTRI PADRI COSTITUENTI



La data del 2 giugno ci ricorda il referendum istituzionale a suffragio universale del 2 e 3 giugno 1946 con il quale gli italiani furono chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, dopo la caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati. Agli elettori venne inoltre consegnata la scheda per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente, a cui sarà affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale. L'Assemblea eletta nominò al suo interno una Commissione per la Costituzione, composta di 75 membri. tra di essi alcune donne (Nilde Iotti, ad esempio, che fu la prima presidente della Camera donna) e Piero Calamandrei, tra i padri del codice di procedura civile a cui si deve un interessante intervento ai giovani milanesi sui valori della neonata Costituzione.


Il testo, appassionato e non retorico è stato riportato all'interno dell'ultimo lavoro letterario di Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio. Ve ne riproponiamo una parte, come augurio a credere nella Repubblica, nella Democrazia, contro ogni forma di violazione delle libertà personali ...






Eppure, Calamandrei invitava tutti noi a non contemplarla, quasi come fosse uno sterile soprammobile, ma a viverla. E la metafora è eloquente.

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica, l'indifferentismo, che è non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani, è un po' una malattia dei giovani, l'indifferentismo. “La politica è una brutta cosa, che me ne importa della politica”. Quando sento fare questo discorso mi viene sempre in mente una vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversavano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, e il piroscafo oscillava. Allora questo contadino, impaurito, domanda a un marinaio “ma siamo in pericolo?” e questo dice “se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice “Beppe, Beppe, Beppe! se continua questo mare il bastimento affonda” e quello risponde “che me ne importa, l'è mica mio!”. Questo è l'indifferentismo alla politica.

Parole attualissime!!! La politica è servizio altissimo, se svolto con sicurezza e con fermezza: è questo il messaggio che lancia ai giovani.
È così bello, è così comodo, la libertà c'è, si vive in regime di libertà, c'è altro da fare che interessarsi di politica - eh lo so anch'io - il mondo è così bello, ci son tante belle cose da vedere a da godere oltre che occuparsi di politica e la politica non è una piacevole cosa però la libertà è come l'aria, ci s'accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentiti per vent'anni e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai. Ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La Costituzione, vedete, è l'affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l'affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, della propria dignità d'uomo.
Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno 1946. Questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare: dopo un periodo di orrori, il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta, perché avevano la sensazione di avere ritrovata la propria dignità: questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Ecco cos’è la democrazia: in tempi in cui si parla del timore, crescente, dell’astensionismo, il cittadino dovrebbe capire quale importante diritto è invitato a compiere mediante il voto. Dovrebbe capirlo quant’ancora vede di fronte a sé insicurezze, paure, crisi.
Quindi voi giovani, alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto - questa è una delle gioie della vita - rendersi conto che ognuno di noi al mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell'Italia, e del mondo.
Ora, vedete, io ho poco altro da dirvi.
In questa costituzione di cui sentirete fare il commento nella prossime conferenze c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati qui, in questi articoli e, a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.

domenica 31 maggio 2009

ECCO LA COPERTINA



Tutto pronto per la stampa del Mulino di Sophia ... ecco la copertina e qui sotto un altro breve stralcio del testo in uscita ... il perchè di un titolo così particolare ... e un monito: ritrovare attraverso la figura di personaggi di un tempo nemmeno troppo lontano, la forza di certi valori che sembrano oggi persi o semplicemente dimenticati ...

"Ciò che il libro si chiede è invece: dove è finita la virtù dell’uomo? Per l’uomo moderno che nel bene o nel male parla tanto di valori, ha senso parlare ancora di virtù?
Il fine del libro è chiaro: non c’è un tempo per “fermare” la sapienza che scorre, mentre potrebbe esserci un tempo per bloccare le pale del nostro cervello.
In una società come quella di oggi, dove basta un click per accedere a tutte le informazioni che ci occorrono, sembra che tutto il resto sia superfluo. Eppure bisogna sforzarsi di capire che arrugginire le pale del mulino, significa arrugginire tutto noi stessi.
Questo testo quindi vuole guardare alla contemporaneità e alle sue maestranze, guardando a chi, prima che eroe, è stato in grado di incarnare nelle parole e nella condotta, valori civili che possono essere se non proprio la risposta alle nuove domande che pone la contemporaneità, almeno la strada maestra da percorrere alla ricerca di quell’umanità che è capace di ogni virtù.
Guardiamo cioè a Padri della nostra storia le cui parole e le cui gesta potrebbero essere additate se non a modello, almeno ad utile consiglio per questi tempi. "

sabato 23 maggio 2009

Giovanni Falcone: La mafia è un fenomeno umano che avrà una fine


La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.
Per vent'anni l'Italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente un unico partito, la Democrazia cristiana, ha monopolizzato, soprattutto in Sicilia, il potere, sia pure affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione. Dal canto suo, l'opposizione, anche nella lotta alla mafia, non si è sempre dimostrata all'altezza del suo compito, confondendo la lotta politica contro la Democrazia cristiana con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati a Cosa Nostra, o nutrendosi di pregiudizi: "Contro la mafia non si può far niente fino a quando al potere ci sarà questo governo con questi uomini".
Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.
Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Bisogna però rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e grave, e che va combattuto non pretendendo l'eroismo di inermi cittadini, ma coinvolgendo nella lotta le forze migliori delle istituzioni.

Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana.

Giovanni Falcone

• Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.


A 17 anni dalla tragedia di Capaci, con la morte di Giovanni Falcone, della moglie e degli agenti della scorta, il ricordo di un grande giornalista, Enzo Biagi, che si recò a Palermo due mesi dopo il tragico attentato.

Per non dimenticare l'uomo "normale" che per compiere semplicemente il suo dovere, è divenuto per tutti un eroe ... la figura di Giovanni Falcone, e del collega Paolo Borsellino (anche lui ucciso dalla mafia, dopo soli due mesi) sarà "ricordata" nel lavoro letterario "il Mulino di Sophia. Valori e virtù per l'uomo di domani". Eroi normali, dunque, di uno Stato che - come ha ricordato oggi il presidente della repubblica Napolitano - "in Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha avuto dei servitori eccezionali per lealtà e professionalità, dei coraggiosi e sapienti combattenti per la cause della legalità, in difesa della libertà e dei diritti dei cittadini. Li ricordiamo e sempre continueremo a farlo - ha aggiunto il presidente della Repubblica - come grandi esempi morali per i giovani e per tutta Italia".




di ENZO BIAGI

L' aereo dell' Ati atterra e i viaggiatori applaudono. Accadeva, una volta, ma dopo la traversata dell' Atlantico. Siamo a Palermo e un cartellone informa che la Sicilia porge il benvenuto. Percorro la strada che conduce in citta' , e altre tabelle assicurano: "Viaggiate tranquilli". Questa e' l' uscita di Capaci: avvenne qui l' esplosione. Non e' rimasto alcun segno: tranne l' asfalto fresco e nero. Gli oleandri, avviliti dal vento caldo, sfioriscono. Lassu' in alto stavano gli uomini sconosciuti, nella casetta accanto a una torre; aspettavano il piccolo corteo, e provocarono lo scoppio. Era la sera del 22 maggio: tra poco saranno passati due mesi. Morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta: Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifano. "Una strage" scrissero i giornali. E forse per la prima volta anche la gente dell' isola si senti' ferita. Oggi e' festa, e' il giorno di Santa Rosalia, le botteghe sono chiuse, e i venditori di pane appena sfornato, coi loro banchetti, resistono sotto il sole. A Mondello fanno i bagni, e i cefali guizzano sotto il ristorante Charleston, tra onde dalle infinite sfumature di azzurro. Passo da via Notarbartolo, quasi deserta, dove abitava il giudice. All' ingresso dell' edificio c' e' un albero al quale i cittadini attaccano dei messaggi. Leggo: "Basta con questo inferno", "Loro col tritolo, noi col cuore e la mente", "Fuori Giammanco nemico di Falcone". Quella sera la madre di Francesca, che abita in questo palazzo, l' attendeva a cena con Giovanni, sapeva che stavano arrivando da Roma: accese la televisione e vide. Da allora la vecchia signora non parla, non vuole incontrare nessuno. Giovanni Falcone sapeva. Quando uccisero Lima disse a un amico: "Adesso tocca a me". Nelle massime di Cosa Nostra sta scritto: "La mafia e' come una banca: paga con denaro contante. Chi deve avere avrà ; chi ha avuto ha avuto. I debiti si pagano". Falcone ricordava i colloqui con Tommaso Buscetta; si capivano con un giro di frasi, anche con una occhiata. "Giocavamo a scacchi", raccontava. Quando arrivarono ai temi politici, Masino avverti : "Stabiliamo chi deve morire prima: io o lei?". Giovanni Falcone non si illude: tutti quelli che hanno guardato dentro Cosa Nostra, senza indulgenze, magistrati o poliziotti, hanno pagato per il loro coraggio, o per un esasperato senso del dovere: e nella sua mente si alternano facce e nomi, Dalla Chiesa e Giuliano, Basile e Chinnici. A quanti funerali ha assistito, e a quanti vertici; e quanti "cadaveri eccellenti". Prima intimidivano le giurie popolari: sono molti i modi. I soliti bigliettini, le lettere, con la data di nascita del destinatario e alla voce: deceduto, tanti puntini. O anche: "I suoi bambini frequentano l' istituto Jean Jacques Rosseau" e a uno che aveva la famiglia sul continente mandarono una pagina gialla della guida telefonica, con segnata una agenzia di pompe funebri, che garantiva "trasporto delle salme ovunque". Falcone in una specie di bunker, pareti di cemento e di acciaio, la continua sfibrante luce del neon, mai una passeggiata, un pranzo in trattoria, sempre in allarme anche sapendo che, quando vogliono, arrivano.
Lo vedono partire per Roma e gli "uomini d' onore" esultano; si sono liberati del nemico. E ci fu la notte del "triunfu": i boss escono dall' Ucciardone, e tornano a casa, li scarcera la solita sentenza della Cassazione, e si fa gran festa. Ma il Consiglio dei ministri, per suggerimento di Falcone, con un decreto legge, li ributta dentro; all' alba si presentano le solite Alfa coi lampeggiatori, e capi e gregari debbono porgere ancora i polsi alle manette. Uno, intanto, ha trovato anche il modo di farsi intervistare. "U triunfu" si spegne in fretta, e poi le assoluzioni di Roma vengono smentite, le tesi di Falcone e di Buscetta: Cosa Nostra e' una societa' criminale, che ha una struttura a piramide, sopra tutte le cosche c' e' la cupola, che decide e comanda, e' vera, e' accettata. Ma la vita di Falcone non e' serena. E tormentato dall' invidia dei colleghi, dalle rivalita' della carriera, dalle maldicenze. Lo accusano di protagonismo: e non ha mai portato via un processo; di trasformismo politico: venduto a Lima, ad Andreotti, a Craxi, perfino di aver fatto mettere i candelotti di dinamite nella casa dove va a villeggiare, purche' si parli di lui. E chiuso, impacciato, e diffida della stampa: "Non sono un personaggio", dice. Soltanto una volta accetta di raccontare qualcosa di se' a tre giornalisti che da tempo lo inseguono, Galluzzo, La Licata, Lodato: magre confidenze, una scarna biografia. Il padre chimico, con lo stipendio degli statali, che parla poco e legge D' Annunzio e Pitigrilli, una madre per niente espansiva e molto rigida, circolo cattolico, e tutti insieme a messa la domenica. Gli insegnano il rispetto di se' , e il senso della responsabilita' : gli parlano di quello zio che ando' volontario in guerra, falsificando il certificato di nascita, per salvare la patria, e cadde a diciotto anni. Si e' laureato con 110 e lode, e ha vinto il concorso senza raccomandazioni: "Io mi sento profondamente giudice", diceva. Ricordava il primo morto di una inchiesta: un operaio, seppellito nel crollo di un cantiere, e i primi ammazzati dalla lupara: due sposi abbattuti da un nipote, poi i cadaveri li aveva buttati in un porcile. "Ma . diceva . anche nel peggiore assassino vive sempre un barlume di dignita' ". Considerava infatti gli interrogatori "un confronto tra intelligenze, tra persone", ed era grato a quel professore di filosofia che gli aveva insegnato "l' amore per la logica". Faceva finta di ridere delle maldicenze, ma ci pativa; ammetteva che al Palazzo di Giustizia non aveva "mai goduto di grandi simpatie". Ma, diceva Antonio Caponnetto, il suo superiore, che gli aveva voluto davvero bene, "era una di quelle rare creature che il Cielo manda ogni tanto a un Paese che non le merita". Sono andato a trovare la sorella Maria, coniugata Di Fresco; insegna diritto, e' nonna, gli assomiglia tanto, nel volto deciso e fiero, nelle parole misurate, che il rimpianto rattenuto rende ancora piu' amare. Sono passati quasi due mesi dall' assassinio di Giovanni Falcone. Che cosa e' successo da allora? Riceve lettere: che cosa dicono? "Da un punto di vista sociale c' e' stato un grande risveglio: nella gente comune, non nelle istituzioni. Mettono fiori e biglietti sulla magnolia davanti alla sua casa; lo chiamano "albero Falcone". Ne ho raccolto qualcuno: "Al nostro defunto benefattore giudice"; un bambino: "Da grande vorrei essere come eri tu"; e ancora: "Spero che dopo di te ci sia un altro uomo coraggioso". Perché lo hanno ucciso? "Lo avevano deciso da anni; era il simbolo della lotta alla mafia. E avevano il terrore che la superprocura nelle sue mani potesse colpirli, con una forza, una organizzazione, che non c' erano mai state. E anche un avvertimento agli altri magistrati: lui era il bersaglio più difficile da colpire; state attenti, arriviamo dove vogliamo. "A Roma, Giovanni se ne andava qualche volta anche in giro da solo, o con un amico, si liberava dalla scorta. Sarebbe bastato anche un killer per colpirlo. Invece hanno voluto dimostrare la loro potenza: e lo hanno inseguito in Sicilia, e assieme alla moglie, volutamente. Sapevano che c' era con lui Francesca". Com' era, come persona, Giovanni? Nel suo libro racconta che qualcuno lo descriveva "freddo come un serpente". "Era una persona umanissima: era un timido. Diceva che soffriva anche per l' imputato: ma capire non significa perdonare. Aveva il gusto della battuta per rompere la tensione, ed era anche un pochino permaloso. Molto affettuoso con tutti noi, anche se non siamo portati ai baci, alle effusioni, contrariamente al carattere siciliano". Che ricordi conserva della vostra giovinezza, della vita in famiglia? "Una delle primissime immagini che ho di Giovanni, e' lui appena nato, accanto alla mamma, coi pugni chiusi: anche se ci dividono soltanto tre anni. Era un bambino coraggiosissimo: non l' ho mai visto piangere. Mia madre diceva sempre: "Gli uomini non piangono", voleva che fosse forte". Vostro padre che lavoro faceva? "Era chimico; dirigeva l' Ufficio d' Igiene di Palermo. Lo ricordo sempre seduto al suo tavolo a studiare. Di carattere chiuso; il rapporto tra noi e lui era distaccato". E che cosa sognava per il figlio? "Non ci ha mai condizionato nelle nostre scelte; voleva che facessimo quello che ci pareva meglio. Mia madre, invece, pensava che il magistrato era una figura di tutto rispetto. Lui era sicuro che qualsiasi cosa facesse Giovanni sarebbe andata bene: non gli creò mai nessun problema. Affrontava le materie scientifiche o letterarie con la stessa disinvoltura. In terza media tradusse Pinocchio in latino". Perché scelse la carriera del magistrato? "Dopo la licenza liceale, diede gli esami e fu ammesso all' Accademia navale, ma dopo qualche mese si accorse che quel clima non era giusto per lui. Torno' e si iscrisse a legge, e si laureo' nei 4 anni, e gia' si preparava ai concorsi della magistratura. Sapeva che doveva arrangiarsi da solo". Le disse niente dopo il primo attentato? "Tantissime cose. La frase piu' triste: "Tu non lo capisci, Maria, che ormai sono un cadavere ambulante?". Per un certo periodo divento' molto nervoso: non voleva che Francesca rientrasse con lui la sera, voleva che tornasse a Palermo. Diceva: "Io debbo essere lucidissimo, sempre presente a me stesso, non posso avere il pensiero di mia moglie". La paura era una costante della nostra vita". C' era qualcuno con cui si confidava? Le parlava mai del suo lavoro? "Con noi di casa non diceva nulla delle indagini, ma parlava delle sue soddisfazioni e delle pene, e dei problemi che aveva a Palazzo di Giustizia". Come visse l' andata a Roma? Perche' decise di andarsene? "Se ne e' andato, come si capisce dagli appunti che ha lasciato, perche' gli era impossibile lavorare a Palermo in una atmosfera che gli consentisse di raggiungere quegli scopi che si era posti. Tra lui e il procuratore capo c' era completa divergenza di vedute. Non esisteva piu' quell' armonia dei tempi di Caponnetto; sentiva che le cose stavano andando in una direzione sbagliata, ma non voleva provocare un nuovo dibattito, che la stampa avrebbe trasformato in una montagna di veleni, che avrebbe delegittimato, a vantaggio della mafia, il Palazzo di Giustizia. "Partendo mi disse: "Sono sicuro di poter fare a Roma molto di piu' di quello che ormai posso fare qui a Palermo". Chi erano i suoi amici? "Pochi. Alcuni colleghi, tra cui certamente Caponnetto e Borsellino, e poi qualcuno fuori: anche dei giornalisti". E quelli che l' avversavano? "Tantissimi. Sia nella magistratura come nella politica". Il giudice Caponnetto ha dipinto Leoluca Orlando come uno che aveva con suo fratello, cito tra virgolette. "rapporti di stima e di affetto, e ricambiato". E cosi' ? "No". Come viveva? "Trovava nel lavoro la sua vera realizzazione. Amava il mare, stare coi suoi, con le persone di cui era sicuro al cento per cento". Quali attacchi lo hanno piu' amareggiato? "La contesa con il giudice Meli per il posto di consigliere istruttore; gli attacchi ingiusti di un suo ex amico, il giudice Geraci, che l' osteggio' dentro e fuori il Consiglio superiore, e che adesso dice: "Era il migliore di tutti noi", e la posizione del Giornale, e infine le accuse di Leoluca Orlando che gli attribuiva di tenere chiusa nei cassetti la verita' sui grandi delitti. Gli dicevo spesso: "Perche' non ti difendi? Perche' non quereli?". "E lui, sempre pacato: "Maria, le cose vanno fatte nelle sedi istituzionali appropriate". Da bambino aveva fatto il chierichetto. Era religioso? "Adesso no. Anche se portava la catenella con la Croce. Abbiamo ricevuto una educazione quasi bigotta. Aveva avuto un professore di filosofia al liceo, molto bravo, ma non cristiano, che lo influenzo' . Ma non so che cosa c' era poi dentro di lui". Giovanni Falcone diceva: "Il pensiero della morte mi accompagna ovunque". Si sentiva condannato? "Si' . Ma ripeteva: "Il coraggioso muore una volta sola, il codardo cento al giorno". Non dimostrava nessun timore, ma rispettava le regole della sicurezza". Politicamente come si considerava? Era vicino ai socialisti? "E sempre stato di sinistra. Parlava molto bene del rapporto che si era creato con Martelli, e gli siamo riconoscenti, ma non era socialista". Perche' lo appassionavano le inchieste su Cosa Nostra? "Perche' erano i problemi della sua Sicilia". Di qualche mafioso, come Buscetta o Calderone, era diventato amico. "Diceva che Buscetta era molto intelligente e ne rispettava l' umanita' e il coraggio". A che punto e' l' inchiesta sulla sua fine? Ne sa niente? "Non so nulla. Ma non sono ottimista". Diceva che i siciliani sono diffidenti per natura. Lo era anche lui? "Un po' si' ". Aveva avuto molte delusioni? "Si' ". Parlo' mai di minacce ricevute? "Le solite bare, con la data di nascita e quella di morte in bianco. Un giorno all' Ucciardone stava interrogando un detenuto e un altro prigioniero, armato di pistola, tento' di irrompere nella stanza dei colloqui, ma Giovanni fu piu' svelto e chiuse la porta". Dei boss conosciuti, chi lo aveva impressionato di piu' ? "Sempre Buscetta". In che cosa si sentiva siciliano? "Quasi in tutto. Nel modo di pensare, nel pudore dei propri sentimenti, nella tenacia dell' operare, meno che nell' omerta' ". Si riconosceva un forte istinto. I fatti, diceva, confermavano sempre la sua diffidenza. Perche' , allora, e' caduto in un agguato? "Le modalita' erano imprevedibili, e poi in quest' ultimo periodo, con l' andata a Roma, si era un pochino rilassato. Il suo punto debole erano i ritorni a Palermo. Credo pero' che piu' di una leggerezza sua si sia trattato di una trascuratezza di chi doveva proteggerlo. Si capiva che tutti i delitti degli ultimi tempi erano avvenuti col tritolo: dal giudice Chinnici al giudice Palermo". Era chiuso, come dicono? "Di carattere, si' . Ma dopo l' incontro con Francesca si era piu' sciolto". Ha detto che la solitudine, il pessimismo e la morte, come racconta la vostra letteratura, caratterizzano il popolo della Sicilia. E in questo ci sarebbe qualcosa che ha a che fare con la mafia? "Non credo". Lei, signora, che cosa si aspetta dal futuro? "Che la tensione creata da Giovanni possa ispirare una reazione che non si estingue in breve tempo, ma faccia compiere un passo avanti". Pensa che le cose miglioreranno? "Come diceva Giovanni, i siciliani sono pessimisti. Abbiamo visto una partecipazione spontanea che non c' era mai stata, ma lo Stato non c' e' . Andreotti e' venuto per i funerali di Lima, ma non per mio fratello. Neppure un telegramma". L' offesero le chiacchiere che si fecero sul suo amore per Francesca Morvillo? "Con noi non ne ha mai parlato, ma aveva per lei un affetto cosi' puro e assoluto che indubbiamente potevano ferirlo". Francesca ha inciso sulla sua vita? "Si' . E stata forse la presenza piu' bella e la sua gioia piu' grande". E il matrimonio fu celebrato da Leoluca Orlando, se non sbaglio. Perche' fini' la loro amicizia? "Forse perche' non era abbastanza profonda; non ha resistito alle divergenze". La carriera che importanza aveva per lui? "Contava, come riconoscimento del suo lavoro". Aveva firmato centinaia di mandati di cattura e spedito in carcere killer e politici. Non temeva la vendetta, o da chi se la aspettava? "Da Cosa Nostra; sapeva che non perdona". Che cosa avrebbe rappresentato per lui la nomina a capo della superprocura? "La possibilita' di dare una sterzata; era convinto che quella struttura, nelle sue mani, avrebbe funzionato come uno strumento valido e mai esistito". Pensava che Cosa Nostra si poteva battere? "Si' . Su questo e' sempre stato fiducioso. Non credeva nell' infallibilita' delle cosche: ci voleva la volonta' politica e la collaborazione della societa' . In particolare dei giovani. Tutti insieme: ognuno al suo posto". Che cosa ha lasciato? "Un esempio". Lo ha mai visto felice? "Si' , con Francesca".
Dimenticavo. Nell' albero di via Notarbartolo, c' e' un biglietto scolorito, che dice: "Qui e' rinata la speranza dei palermitani onesti e dei loro figli". E Giovanni Falcone aveva confidato: "A questa citta' vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini". I suoi amici? Solo pochi tra cui Borsellino e Caponnetto Molti nemici, politici e magistrati Era fiducioso di riuscire a battere Cosa Nostra: occorrevano la volonta' e la collaborazione della societa'.

venerdì 22 maggio 2009

VALORI E VIRTU' PER L'UOMO DI DOMANI ... UN INTERESSANTE INVITO ALLA LETTURA


Sta per essere pubblicato, a cura della Archimede Libri, "il Mulino di Sophia. Valori e virtù per l'uomo di domani" ultima fatica letteraria dei giovani Domenico Palumbo e Biagio Verdicchio.

Come si legge nella introduzione, non si tratta di un banale lavoro antologico, ma del tentativo, nemmeno troppo velato di voler dare al lettore gli strumenti per cercare "una nuova pace sociale, intravista attraverso il confronto e proposta nella unica maniera possibile, invitando all'educazione all'umanità".

Pretesa troppo alta??

Non crediamo, soprattutto se le considerazioni a cui arrivano gli autori sono semplici e allo stesso tempo disarmanti:


"Siamo dunque in guerra. La società contemporanea ne è la dimostrazione: piena di ogni orgoglio, si sta svuotando di tutto, rinunciando persino a sè stessa. Siamo in guerra contro noi stessi, contro il mondo che non capiamo, contro l'esistenza che non ascoltiamo, contro i tempi che non accettiamo e contro le istituzioni che non riconosciamo"


Occorre dunque ritornare a "rieducare" il cittadino al saper vivere all'interno della società, a fare in modo che l'uomo si riscopra cives, inglobato nello schema - Stato senza che nessuno lo metta però in condizione di vedere limitata la propria libertà.

E se la prima parte dell'opera, curata da Domenico Palumbo, affronta proprio il tema dei nuovi valori e delle nuove virtù da individuare nell'uomo moderno, la seconda parte (Biagio Verdicchio) invita a "rileggere" le parole di quei personaggi, che hanno speso la loro intera esistenza per valori che oggi riconosciamo persi o per giunta "antiquati" e che invece andrebbero seriamente riscoperti.

Un viaggio attraverso i testi, le interviste, i discorsi, più o meno noti di personaggi (da Montanelli a Calamandrei, da Don Milani a Nilde Iotti ...) che consideriamo oggi, in qualche modo "eroi" e che invece andrebbero chiamati col loro vero nome: "normali" semplicemente perchè "hanno fatto il loro dovere"


Il volume sarà presentato nei prossimi mesi in penisola sorrentina, è l'occasione per interessarsi a come esistano uomini, per di più giovani, ancora interessati a voler raccontare storie ed esprimere concetti e pensieri in un mondo sfrenato e frenetico, che è ancora in cerca di una sua identità ...


Sul blog, vivremo il viaggio di questo libro ... sperando nel vostro convinto entusiasmo ...

venerdì 8 maggio 2009

TUTTI UNITI PER L'ABRUZZO



Ieri l'altro il progetto, lanciato da Jovanotti, Giuliano Sangiorgi e Mauro Pagani insieme a oltre 50 colleghi del mondo musicale: "Domani 21.04.09" il cui ricavato andrà a sostenere gli interventi di ricostruzione, consolidamento e restauro del Conservatorio "Alfredo Casella" e della sede del Teatro Stabile d'Abruzzo dell'Aquila colpiti dal sisma.


Ieri invece la gran parte dei nomi più importanti della musica italiana al femminile si sono ritrovati per lanciare l’idea di Laura Pausini per un megaconcerto tutto in rosa che si terrà a San Siro il 21 giugno p.v. per raccogliere fondo a favore delle vittime del territorio.
Amiche per l’Abruzzo sarà un evento unico, mai un solo concerto ha saputo portare sullo stesso palco oltre 50 artiste italiane di livello internazionale. Al fianco di Laura Pausini hanno presentato il progetto Elisa, Gianna Nannini e (in absentia) Fiorella Mannoia, le prime voci ad aderire al progetto, ma al gruppo si sono poi aggiunti nomi del calibro di Arisa, Paola e Chiara, Loredana Berté, L’Aura, Donatella Rettore, Spagna, Anna Tatangelo, Iva Zanicchi solo per citare alcune fra le più note accorse per la promozione del progetto. Tante altre saranno le cantanti che si esibiranno sul palco come Antonella Ruggiero, Ornella Vanoni Giusy Ferreri, Irene Grandi e fra le tante che hanno confermato l’ultima è stata Raffaella Carrà. Impossibile citare tutti i nomi che si alterneranno sul palco che i Depeche Mode lasceranno montato a San Siro, dopo il loro attesissimo concerto, contribuendo in modo significativo ad abbattere le spese di realizzazione. Madrina della giornata è stata il Ministro Mariastella Gelmini, che ha ringraziato per il supporto anche gli staff di Inter e Milan.
I biglietti del concerto saranno in prevendita a partire da domani al prezzo di 25 €, posti vip a 150 €. La Siae ha concesso che i diritti venissero devoluti in beneficenza, in questo modo l’intero incasso sarà devoluto per la causa abruzzese. Il concerto sarà inoltre trasmesso in diretta unificata da 13 emittenti radiofoniche nazionali, in modo da portare la voce per l’Abruzzo in tutta Italia.


Due lodevolissime iniziative per un obiettivo comune: aiutari gli amici d'abruzzo!!!
http://www.amicheperlabruzzo.com/ (di prossima apertura)

i ragazzi e la libertà ... un messaggio per il futuro

ho assistito con grande emozione e piacere alla premiazioni della Quarta Edizione del Premio Città di Meta - Dalla Resistenza alla Costituzione: storia e storie italiane.
Coinvolti gli alunni delle scuole elementari e medie di Meta, che avevano avuto nelle scorse settimani il lavoro redatto da me e Domenico sulla Costituzione.
I lavori realizzati dai ragazzi sono bellissimi, le poesie suggestive, i temi avvincenti ...
Al centro dell'appuntamento di quest'anno c'era proprio la nostra Costituzione, l'avvento della Democrazia e della Repubblica, la tanto agognata libertà dopo gli anni del fascismo...
i ragazzi ci hanno insegnato con parole semplici quello che già 20 anni fa cantava Giorgio Gaber: "libertà è partecipazione" ... ed è stato bello il fare schietto e sincero di questi ragazzi con domande attente e scrupolose rivolte al sindaco, il dott. Bruno Antonelli, che ha premiato tutti regalando foto e sorrisi con i ragazzi, che saranno poi un domani, i portatori sani di quei principi contenuti nella costituzione ...
Complimenti ragazzi, complimenti per averci insegnato quanto sia importante che la libertà, la pace, i valori tutti non bisogna soltanto portarli addosso, come un vestito, ma occorre difenderli e mantenerli sempre vivi.
sul sito del comune di Meta, o cliccando questo indirizzo http://www.comune.meta.na.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/408
il comunicato stampa della manifestazione

giovedì 30 aprile 2009


BUON PRIMO MAGGIO

A CHI IL LAVORO CE L'HA GIA'

A CHI IL LAVORO NON CE L'HA

A CHI DI LAVORO CI MUORE

A CHI NEL LAVORO CREDE

A CHI PER IL LAVORO LOTTA

A CHI ANCORA CREDE

CHE LA NOSTRA REPUBBLICA

SIA FONDATA SUL LAVORO

PERCHE' NON E' FOLLIA,

E' CIO' CHE E' SCRITTO SULLA NOSTRA COSTITUZIONE ...

BUON PRIMO MAGGIO


STORIA DEL 1° MAGGIO
Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione."Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.La storia del primo Maggio rappresenta, oggi, il segno delle trasformazioni che hanno caratterizzato i flussi politici e sociali all'interno del movimento operaio dalla fine del secolo scorso in poi.
Le origini
Dal congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori - la Prima Internazionale - riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: "otto ore come limite legale dell'attività lavorativa".A sviluppare un grande movimento di lotta sulla questione delle otto ore furono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. Lo Stato dell'Illinois, nel 1866, approvò una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, ma con limitazioni tali da impedirne l'estesa ed effettiva applicazione. L'entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1 Maggio 1867 e per quel giorno venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana.Nell'ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions indicò nel 1 Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno.
1886: I "martiri di Chicago"
Il 1 Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all'attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l'11 novembre 1887. Il ricordo dei "martiri di Chicago" era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio.
1890: 1 maggio, per la prima volta manifestazione simultanea in tutto il mondo
Il 20 luglio 1889 il congresso costitutivo della Seconda Internazionale, riunito a Parigi, decise che "una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente i tutti i paesi e in tute le città, i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore".La scelta cadde sul primo Maggio dell'anno successivo, appunto per il valore simbolico che quella giornata aveva assunto.In Italia come negli altri Paesi il grande successo del 1 Maggio, concepita come manifestazione straordinaria e unica, indusse le organizzazioni operaie e socialiste a rinnovare l'evento anche per 1891.Nella capitale la manifestazione era stata convocata in pazza Santa Croce in Gerusalemme, nel pressi di S.Giovanni. La tensione era alta, ci furono tumulti che provocarono diversi morti e feriti e centinaia di arresti tra i manifestanti.Nel resto d'Italia e del mondo la replica del 1 Maggio ebbe uno svolgimento più tranquillo. Lo spirito di quella giornata si stava radicando nelle coscienze dei lavoratori.
1891: la festa dei lavoratori diventa permanente
Nell'agosto del 1891 il II congresso dell'Internazionale, riunito a Bruxelles, assunse la decisione di rendere permanente la ricorrenza. D'ora in avanti il 1 Maggio sarebbe stato la "festa dei lavoratori di tutti i paesi, nella quale i lavoratori dovevano manifestare la comunanza delle loro rivendicazioni e della loro solidarietà".
Il primo maggio durante il fascismo
Nel nostro Paese il fascismo decise la soppressione del 1 Maggio, che durante il ventennio fu fatto coincidere il con la celebrazione del 21 aprile, il cosiddetto Natale di Roma. Mentre la festa del lavoro assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse (dal garofano rosso all'occhiello, alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alla riunione in osteria) l'opposizione al regime. Il 1 Maggio tornò a celebrarsi nel 1945, sei giorno dopo la liberazione dell'Italia.
1947: L'eccidio di Portella della Ginestra
La pagina più sanguinosa della festa del lavoro venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra, dove circa duemila persone del movimento contadino si erano date appuntamento per festeggiare la fine della dittatura e il ripristino delle libertà, mentre cadevano i secolari privilegi di pochi, dopo anni di sottomissione a un potere feudale. La banda Giuliano fece fuoco tra la folla, provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero generale e puntò il dito contro "la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori".La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti all'Assemblea Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta fu avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.
Il primo Maggio oggi
Le profonde trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini, la progressiva omogeneizzazione delle abitudini hanno profondamente cambiato il significato di una ricorrenza che aveva sempre esaltato la distinzione della classe operaia. Il modo di celebrare il 1 maggio è quindi cambiato nel corso degli anni. Da diversi anni Cgil, Cisl, Uil hanno scelto di celebrare la giornata del 1 Maggio promovendo una manifestazione nazionale dedicata ad uno specifico tema. E' diventato un appuntamento anche il tradizionale concerto rock che i sindacati confederali organizzano in piazza San Giovanni a Roma

sabato 25 aprile 2009

La nostra coscienza antifascista (S. Pertini)


Lungo è il cammino percorso dai patrioti italiani per riconquistare la libertà e questo cammino non ha soluzioni di continuità, perché la Resistenza, a mio avviso, non è un fatto storico a sé stante, ma è stata la continuazione della lotta antifascista.
I patrioti che, sotto la dittatura, si sono battuti forti solo della loro fede e della loro volontà, partecipano alla lotta armata della Resistenza.Qui vi sono uomini che hanno lottato per la libertà dagli anni '20 al 25 aprile 1945.
Nel solco tracciato con il sacrificio della loro vita da Giacomo Matteotti, da don Minzoni, da Giovanni Amendola, dai fratelli Rosselli, da Piero Gobetti e da Antonio Gramsci, sorge e si sviluppa la Resistenza.Il fuoco che divamperà nella fiammata del 25 aprile 1945 era stato per lunghi anni alimentato sotto la cenere nelle carceri, nelle isole di deportazione, in esilio.Alla nostra mente e con un fremito di commozione e di orgoglio si presentano i nomi di patrioti già membri di questo ramo del Parlamento uccisi sotto il fascismo: Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti, Pilati, Giovanni Amendola; morti in carcere Francesco Lo Sardo e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di prigionia; spentisi in esilio Filippo Turati, Claudio Treves, Eugenio Chiesa, Giuseppe Donati, Picelli caduto in terra di Spagna, Bruno Buozzi crudelmente ucciso alla Storta.I loro nomi sono scritti sulle pietre miliari di questo lungo e tormentato cammino, pietre miliari che sorgeranno più numerose durante la Resistenza, recando mille e mille nomi di patrioti e di partigiani caduti nella guerra di Liberazione o stroncati dalle torture e da una morte orrenda nei campi di sterminio nazisti.
Recano i nomi, queste pietre miliari, di reparti delle forze armate, ufficiali e soldati che vollero restare fedeli soltanto al giuramento di fedeltà alla patria invasa dai tedeschi, oppressa dai fascisti: le divisioni “Ariete” e “Piave” che si batterono qui nel Lazio per contrastare l'avanzata delle unità corazzate tedesche; i granatieri del battaglione “Sassari” che valorosamente insieme con il popolo minuto di Roma affrontarono i tedeschi a porta San Paolo; la divisione “Acqui” che fieramente sostenne una lotta senza speranza a Cefalonia e a Corfù; i superstiti delle divisioni “Murge”, “Macerata” e “Zara” che danno vita alla brigata partigiana “Mameli”; i reparti militari che con i partigiani di Boves fecero della Bisalta una roccaforte inespugnabile.
Giustamente, dunque, quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento vi è una differenza sostanziale. Nel Primo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo.
Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi partecipano in massa operai e contadini, gli appartenenti a quella classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede.Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini.
E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l'occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania, ove molti di essi troveranno una morte atroce.Saranno i contadini del Piemonte, di Romagna e dell'Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane. Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini, la guerra di Liberazione sarebbe stata molto più dura.
La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi. E saranno sempre figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.Onorevoli colleghi, senza questa tenace lotta della classe lavoratrice - lotta che inizia dagli anni '20 e termina il 25 aprile 1945 - non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione.Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l'è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.
Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di battersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo.Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che - a mio avviso - costituiscono un binomio inscindibile, l'un termine presuppone l'altro: non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà.E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.1 compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l'esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l'insegnamento d'un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona.Questo insegnamento deve guidare sempre le nostre azioni e la nostra attività di uomini politici: operare con umiltà e con rettitudine non per noi, bensì nell'interesse esclusivo del nostro popolo.Onorevoli colleghi, questi in buona sostanza i valori politici, sociali e morali dell'antifascismo e della Resistenza, valori che costituiscono la “coscienza antifascista” del popolo italiano.Questa “coscienza” si è formata e temprata nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza, è una nostra conquista, ed essa vive nell'animo degli italiani, anche se talvolta sembra affievolirsi. Ma essa è simile a certi fiumi il cui corso improvvisamente scompare per poi ricomparire più ampio e più impetuoso. Così è “la coscienza antifascista” che sa risorgere nelle ore difficili in tutta la sua primitiva forza.Con questa coscienza dovranno sempre fare i conti quanti pensassero di attentare alle libertà democratiche nel nostro paese.Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo chele nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani, che è il domani della patria, noi anziani ci stiamo battendo da più di cinquant'anni.
Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani diventino e restino sempre uomini liberi, pronti a difendere la libertà e quindi la loro dignità.Nei giovani noi abbiamo fiducia.
Certo, vi sono giovani che oggi “contestano” senza sapere in realtà che cosa vogliono, cioè che cosa intendono sostituire a quello che contestano. Contestano per contestare e nessuna fede politica illumina e guida la loro “contestazione”. Oggi sono degli sbandati, domani saranno dei falliti.
Ma costoro costituiscono una frangia della gioventù, che invece si orienta verso mete precise e che dà alla sua protesta un contenuto politico e sociale. Non a caso codesta gioventù si sente vicina agli anziani antifascisti ed ex partigiani, dimostrando in tal modo di aver acquisito gli ideali che animarono l'antifascismo e la Resistenza.
E da questi ideali essi traggono la ragione prima della loro “contestazione” per una democrazia non formale, ma sostanziale; per il riscatto da ogni servitù e per la pace nel mondo.
Ecco perché noi anziani guardiamo fiduciosi ai giovani e quindi al domani del popolo italiano.
Ad essi vogliamo consegnare intatto il patrimonio politico e morale della Resistenza, perché lo custodiscano e non vada disperso; alle loro valide mani affidiamo la bandiera della libertà e della giustizia perché la portino sempre più avanti e sempre più in alto.
Viva la Resistenza!


23 aprile 1970, 25° anniversario della Liberazione
Orazione ufficiale di Sandro Pertini alla seduta della Camera dei deputati

DOMANI 21. 04. 09 ... ARTISTI UNITI PER L'ABRUZZO

Ricordando Indro Montanelli a 100 anni dalla nascita ...

ricordando Massimo ... ultimo re di Napoli